Il momento dell’Udinese è tutto racchiuso in una parola che ormai ritorna con fastidiosa puntualità: incostanza. Incostanza tra una partita e l’altra, ma soprattutto all’interno della stessa gara. Como è solo l’ultimo esempio: un primo tempo disastroso, passivo, senza idee né personalità; una ripresa decisamente migliore, fatta di pressione e tentativi, che però non basta a rimettere in piedi il risultato. Ancora una volta, troppo tardi.

La sensazione è chiara: questa Udinese ha talento, ma non ha ancora un’identità capace di esprimerlo con continuità. I singoli ci sono, le qualità pure, ma mancano gioco e atteggiamento per fare davvero il salto di qualità. Quando l’intensità cala o l’episodio gira storto, la squadra si spegne, si abbassa, perde fiducia. E rimettersi in carreggiata diventa ogni volta un’impresa.

È qui che entra in gioco il lavoro di Kosta Runjaic. Il tecnico continua a chiedere tempo e pazienza, ma il rischio è evidente: procedendo così, l’Udinese potrebbe scivolare nella stessa situazione della scorsa stagione. Salvezza relativamente tranquilla, sì, ma una seconda parte di campionato vissuta senza veri stimoli, senza ambizioni, senza crescita reale. Un déjà-vu che l’ambiente non ha alcuna voglia di rivivere.

Ora c’è il Torino, e non sarà una tappa banale. I granata arrivano da una vittoria netta e autorevole a Verona: 0-3 che dice molto sullo stato di salute mentale della squadra. Reazione immediata dopo la sconfitta con il Cagliari, personalità, compattezza e concretezza. Un segnale forte, che rende la trasferta ancora più complicata.

Per l’Udinese servirà coraggio, servirà gioco, servirà soprattutto un atteggiamento offensivo diverso. Perché il difensivismo visto fin qui ha prodotto pochi punti e tanti gol subiti, senza mai dare l’impressione di essere una base solida su cui costruire. A Torino non può bastare un’altra prestazione a metà, un altro tempo regalato, un’altra reazione tardiva.

Se questa squadra vuole davvero uscire dal limbo, deve iniziare a giocare partite complete. Novanta minuti veri, non quarantacinque. Altrimenti, il rischio è chiaro: restare ancora una volta sospesi tra ciò che si potrebbe essere e ciò che, puntualmente, non si riesce a diventare.

Sezione: Primo Piano / Data: Lun 05 gennaio 2026 alle 16:12
Autore: Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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