Mirza Alibegović non ha bisogno di presentazioni quando il livello si alza. Contro l’Olimpia Milano, sul parquet del PalaLido, il capitano dell’Apu Udine ha giocato una partita che va oltre i numeri, oltre il tabellino, oltre persino il risultato finale. Una di quelle prestazioni che raccontano cosa significhi essere leader, soprattutto quando il pronostico dice altro e la montagna da scalare sembra troppo alta.

Ventuno punti, sì. Ma soprattutto personalità, sangue freddo e responsabilità nei momenti che pesano. Quando la partita entra negli ultimi secondi e il pallone scotta, Mirza non si nasconde mai. Dopo la tripla di LeDay che sembra riportare Milano con i piedi ben piantati nella realtà, mancano 14 secondi. L’Apu rimette, il cronometro corre, l’Olimpia alza il muro. Alibegović riceve, si alza in equilibrio precario, con le mani altissime dell’avversario a oscurargli il canestro. Il tiro è una follia tecnica, una scelta che solo chi ha coraggio e fiducia totale nei propri mezzi può prendersi. La palla vola, bacia la retina. Udine è avanti. Sarebbe il finale perfetto, la favola sportiva, la fotografia di una notte destinata a rimanere nella memoria.

Poi arriva la sirena, arriva Brooks, arriva quel tiro che spezza il sogno. Una ferita, certo. Ma non una sconfitta da cui uscire a testa bassa. Perché se l’APU ha potuto sognare fino all’ultimo secondo contro una corazzata come Milano, lo deve anche – e soprattutto – al suo capitano.

E pensare che in estate qualcuno lo considerava poco adatto alla Serie A. Un giocatore utile, forse, ma solo come rincalzo. Un errore di valutazione clamoroso. Mirza Alibegović è oggi esattamente ciò che era stato lo scorso anno: un punto di riferimento. Per carattere, per voglia, per testa. E sì, anche per qualità. La Serie A non lo ha spaventato, anzi: lo ha esaltato. È il primo a prendersi responsabilità, il primo a lottare, il primo a dare l’esempio quando le gambe bruciano e la partita sembra scivolare via.

Il suo basket è fatto di fame, una fame che non si spegne nemmeno dopo una carriera in cui ha già vinto tanto. È la fame di chi non accetta gerarchie scritte, di chi vuole conquistarsi ogni centimetro del campo con le unghie e con i denti. Ed è la stessa fame che rappresenta oggi l’identità dell’Apu Udine: una squadra che non si arrende mai, che non abbassa lo sguardo davanti a nessuno e che vuole guadagnarsi la salvezza lottando, senza sconti. Forse, chissà, guardando anche un po’ più in alto.

Non si celebrano solo le vittorie. A volte si celebrano le prestazioni, il coraggio, la bellezza di una squadra che dimostra di poterci stare eccome in questa Serie A. Non applaudire l’APU vista contro Milano, l’irriverenza di Calzavara e soprattutto il capitano che non ha mollato un secondo, sarebbe un torto al basket.

Mirza Alibegović non ha portato a casa la vittoria. Ma ha fatto tutto il possibile per farlo. E questo, per un capitano, vale quasi quanto.

Sezione: Focus / Data: Lun 05 gennaio 2026 alle 13:44
Autore: Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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