Dopo la prestazione intensa e convincente contro il Napoli, ci si aspettava continuità. Almeno carattere, almeno dignità. E invece Firenze diventa il teatro di una débâcle totale, una di quelle sconfitte che lasciano il segno non tanto per il punteggio – pesantissimo – quanto per il nulla mostrato dopo il primo scossone della gara.
L’Udinese perde 5-1 contro la Fiorentina, ultima in classifica e reduce da un periodo di evidente fragilità mentale. Una squadra che aveva bisogno di tutto tranne che di un avversario che si annientasse da solo. Ed è esattamente ciò che è successo.
Gianluca Nani, nel post partita, ha detto di non essere affatto contento. Ha ragione. Perché questa non è solo una sconfitta: è una delusione profonda, soprattutto alla luce di ciò che si era visto una settimana prima.
L’episodio che gira la partita… ma non basta a spiegare tutto. Sì, è vero: Okoye rovina tutto. L’uscita fuori area su Kean dopo pochi minuti è un errore grave, ingenuo, che cambia completamente lo scenario della partita. Rosso diretto, Udinese in dieci uomini dopo nove minuti.
Ma fermarsi qui sarebbe troppo comodo. Perché, ancora una volta, dopo un episodio sfavorevole l’Udinese si spegne. Come già visto troppe volte. Nessuna reazione emotiva, nessuna contromisura tattica, nessuna idea per restare aggrappati alla partita. Dal rosso in poi, la sensazione è netta: la squadra si consegna.
Nel calcio moderno giocare in dieci non è un evento eccezionale. Accade spesso. Quello che non è accettabile è perdere così, senza opporre resistenza, senza provare ad adattarsi, senza nemmeno lottare.
Fiorentina padrona, Udinese sparring partner. Fino all’espulsione, l’approccio dell’Udinese era stato anche buono. La Fiorentina appariva fragile, insicura, quasi timorosa. Poi l’episodio e la partita cambia volto: non perché i viola diventino improvvisamente irresistibili, ma perché l’Udinese scompare. Da quel momento in poi è un monologo: Mandragora segna, Gudmundsson raddoppia, Ndour affonda, Kean dilaga. Due pali, occasioni a ripetizione, una squadra – quella viola – che non aveva mai vinto in campionato e che trova la serata perfetta contro un’avversaria che fa da aiutante.
E questo è il punto più grave: non c’è mai stata partita. Non dopo il rosso. Non dopo il primo gol. Non dopo il secondo. Zero tentativi di restare in gara, zero aggiustamenti credibili.
In mezzo a questo naufragio, Runjaic è completamente assente. Non incide, non corregge, non cambia l’inerzia. I cambi non funzionano, le scelte sembrano reattive più che pensate, e la squadra continua a vivere di alti e bassi estremi: una grande prestazione, seguita da una disastrosa. Un passo avanti e due indietro.
È questo il problema più grande dell’Udinese di oggi: la totale mancanza di regolarità. Non c’è continuità mentale prima ancora che tecnica. E senza continuità non si costruisce nulla, né una classifica solida né un’identità credibile.
Così non può andare. Dopo Napoli sembrava esserci una strada. Dopo Firenze quella strada si è dissolta. Perdere può succedere. Perdere così, no. L’Udinese deve smettere di essere una squadra che gioca solo quando tutto va bene. Deve imparare a stare dentro le partite anche quando vanno male. Deve trovare risposte, non giustificazioni.
Perché altrimenti questa stagione rischia di diventare l’ennesima montagna russa, fatta di illusioni e crolli. E i tifosi – che anche a Firenze non hanno fatto mancare il loro sostegno – meritano molto di più
Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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