Questo non è un editoriale felice, nel senso che mi costa scriverlo perché vorrei urlare più di Pappalardo ed invece proverò ad essere razionale. E non è nemmeno un editoriale tattico sulla partita contro la Spal, ma un insieme di pensieri come ultimamente mi capitano, alla rinfusa, sconclusionati, che si accavallano e vanno di palo in frasca.
L'Udinese non apprezza le critiche, la società intendo. Ed allora mi è venuto in mente che forse stiamo cercando di tenere su una casa piena di crepe alle pareti che poggiano su un terreno scosso da piccole e continue scosse di terremoto. L'imprenditoria friulana, non solo quella registrata in Camera di Commercio come d.i, snc, sas o spa che sia, ma nel senso più antropologico del termine, è sempre stata all'insegna del silenzio e del “fasin di bessoi”. Di sicuro la sua società. A questo aggiungo una mia inclinazione francescana (mai però al termine delle partite dove anche il peggior Mazzone sarebbe un angioletto al mio confronto) che vede nella distruzione del proprio orgoglio un punto focale, la rinascita dell'umiltà.
Se io fossi nell'Udinese, ecco cosa farei. Starei zitto. Se dovessi dire qualcosa direi la verità.
Ogni anno cambia un Direttore Sportivo (o Tecnico che sia) ed ogni anno cambia un allenatore almeno: segno inequivocabile che la Famiglia Pozzo sbaglia e non programma. Ogni anno dobbiamo assistere a lodi verso la proprietà da parte di chi poi l'anno dopo se ne va. Non me ne voglia Pradè, ma preferivo i silenzi di Bonato, che ci hanno portato all'unico anno decente di questi ultimi, alle sue parole di stima verso la proprietà e alla richiesta per Natale di un po' più fortuna.
San Francesco insegnava ai fratelli minori che, quando fossero stati offesi o derisi per il loro predicare la parola del vangelo, essi dovevano subire come aveva subito Gesù. Quanta lontananza rispetto alla Chiesa “istituzione” di oggi... ma non sono qua per parlare di questo. C'è una cosa che ho ammirato nell'Udinese contro il Frosinone, ma la mia mente era accecata dalla rabbia. Nicola ha portato tutta la squadra nel cerchio di metà campo e gli ha parlato. Lo stadio era un tripudio di fischi. Pochissimi allenatori lo avrebbero fatto, lui ha voluto parlargli anche di fronte a una contestazione netta e sacrosanta. Ho visto volti preoccupati e spaventati, ma non il suo mentre parlava e andava dritto. Del resto, piaccia o no giocare a Udine, i giocatori si trovano nell'anarchia più totale voluta dalla società. Il nostro miglior giocatore, Rodrigo De Paul, ha cambiato sei allenatori in nemmeno tre anni e penso che abbia cambiato molte più posizioni in campo ancora!
Nicola, del quale non ho minimamente condiviso le parole a fine partita, ha comunque portato la squadra in mezzo al campo, perché quello è il suo posto. Di questo ha bisogno l'Udinese. Di gente che stia zitta e vada a prendersi i fischi come gli applausi, e lavori per migliorare le cose.
La rosa è costruita male, questa squadra può giocare solo in verticale e gli manca una prima punta. La società è colpevole di aver portato a Udine un allenatore inesperto che ha tralasciato quasi completamente la preparazione tecnica. Ora Nicola deve rifare tutto, ma non c'è tempo e nessuno, il sottoscritto incluso, è disposto a dargli tempo fino alla pausa invernale. Le partite importanti sono ora e una la abbiamo già sbagliata. Due rigori concessi all'avversario nelle ultime due partite, fra l'altro in modo inutile ed ingenuo, sono il miglior biglietto da visita per una squadra che ormai da anni non sa stare in serie A se non per “merito” alle disgrazie altrui.
Fossi nella proprietà dell'Udinese mi prenderei le colpe, andrei dall'allenatore e gli direi: “abbiamo questo budget, quali sono i giocatori della rosa sui quali vuoi puntare e che altri nomi mi vuoi fare per salvarci?”. Se da Udine si muovesse qualcuno verso altri lidi non sarebbe un problema (ovviamente esclusi De Paul e Behrami), se arrivassero giocatori italiani già pronti alla D'Alessandro sarebbe pure meglio. Ma l'Udinese preferisce, in pieno stile politico-partitico, criticare chi critica, circondarsi di yes man, continuare nelle proprie scelte anche quando, risultati alla mano, il giudizio finale è lapalissiano.
Stanno cercando di salvare una casa pericolante con un terremoto in arrivo. La casa andrebbe buttata giù e ricostruita dalle fondamenta, dalla “piramide inversa” che insegnano ai corsi di gestione di impresa. A metà campo dovrebbero andarci tutti a fine partita, che si prendano applausi o fischi. E dire che aggiustare le cose sarebbe facile: sarebbe bastato chiedere all'allenatore di turno qualche nome a basso costo e resa sicura (ogni allenatore ha i suoi uomini di fiducia). Con qualche soldo speso in più, veramente pochi, lo ripeto, veramente pochi, e qualche italiano in più in rosa si avrebbero avuti risultati diversi. Ma no, non è così...
Il problema non è la stampa (o i giornalai come me). Lasciateci gridare e sbraitare che se riuscirete a vincere quella sarà la migliore rivincita su di noi, che scompariremo di fronte alla vostra gloria. La casa è ormai vicino al crollo, ma a nessuno interessa. Si guardano i bilanci e non si sentono i fischi assordanti dei tifosi.
Buon Natale a tutti, le cose serie sono altre. Che Voi e le vostre famiglie possiate vivere momenti di pace.
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