Si è spento oggi Giovanni Galeone, classe 1941, napoletano di nascita ma friulano d’adozione. Un uomo che ha lasciato un segno profondo nel calcio italiano e, soprattutto, nella storia dell’Udinese, di cui fu prima calciatore, poi allenatore e, più di tutto, simbolo di un modo romantico e visionario di intendere questo sport.
Arrivato da ragazzo a Trieste, dove la famiglia si era trasferita, Galeone crebbe calcisticamente nel Ponziana prima di iniziare un lungo viaggio tra Monza, Arezzo, Avellino e Vis Pesaro, fino a vestire nel 1966 la maglia bianconera dell’Udinese. Da calciatore disputò 173 partite in Serie C, segnando 24 reti, incarnando quel tipo di mezzala elegante e generosa che univa tecnica e coraggio. A Udine rimase fino al 1974, diventando uno di casa, legato per sempre a quei colori.
Ma fu da allenatore che il “Gale” costruì la propria leggenda. Spirito libero, uomo di idee e di campo, portatore di un calcio offensivo, spregiudicato e poetico. Dopo aver iniziato proprio nel settore giovanile dell’Udinese, trovò la sua consacrazione con il Pescara, portato in Serie A nel 1987 con un’impresa memorabile. Da lì nacque la fama di un tecnico fuori dagli schemi, capace di far rendere al massimo squadre che sulla carta non partivano favorite.
Il ritorno a Udine, nel 1994, fu la naturale conseguenza di un legame mai spezzato. Chiamato da Gino Pozzo per raddrizzare una stagione complicata in Serie B, Galeone prese una squadra a metà classifica e la trascinò fino alla promozione in Serie A con un girone di ritorno da sogno: 54 punti in 27 partite. Un record. L’Udinese giocava un calcio moderno, coraggioso, spettacolare. Quel calcio che di lì a poco avrebbe trovato continuità con Zaccheroni, ma che nacque proprio sotto la sua mano, con il suo coraggio.
Galeone era un allenatore diverso. Un romantico, un artigiano del pallone. Parlava di calcio come di un’arte, pretendeva che le sue squadre pensassero, non solo corressero. Non amava le mezze misure, né in campo né fuori. Il suo calcio era sincero, diretto, come lui.
Tornò ancora a Udine nel 2006, chiamato nuovamente da Pozzo per rianimare una squadra in crisi. Un gesto di fiducia, ma anche d’amicizia, di riconoscenza verso un uomo che incarnava lo spirito friulano: lavoro, passione, concretezza e visione.
In totale, guidò l’Udinese 54 volte tra Serie A e B, conquistando 26 vittorie e 14 pareggi, con una media punti da allenatore di grande livello (1,7 a partita). Numeri che raccontano solo in parte la sua eredità, perché Galeone ha lasciato molto di più: uno stile, una mentalità, un’idea di calcio.
Oggi il calcio italiano saluta uno dei suoi maestri più autentici. E Udine, che lo ha visto crescere e rinascere, perde uno dei suoi figli adottivi più veri.Con lui se ne va un pezzo di storia, ma resta viva la lezione del “Gale”: giocare sempre per costruire, mai per sopravvivere.
Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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