Lecce come una sentenza, purtroppo annunciata. L’Udinese cade al Via del Mare per 2-1 e lo fa nel modo più indigesto possibile: senza continuità, senza quella fame che dovrebbe accompagnare una squadra che, solo cinque giorni prima, aveva mandato al tappeto la Roma con una prestazione matura e convincente. È il solito paradosso bianconero, una costante che accompagna questa stagione: quando l’asticella si alza, la squadra risponde; quando invece c’è da confermarsi, la luce si spegne.
La sconfitta contro il Lecce non sorprende davvero nessuno. È quasi una sensazione diffusa tra i tifosi, quella di una squadra incapace di dare seguito alle buone prestazioni, soprattutto dopo le vittorie contro avversari di maggior blasone. Discontinuità, fragilità mentale, difficoltà a ripetersi: chiamatela come volete, ma il problema resta sempre lo stesso. E fa ancora più male se si guarda ai numeri: un solo tiro in porta in novanta minuti contro una difesa tutt’altro che impenetrabile e una squadra che arrivava alla sfida con mille difficoltà.
Runjaic conferma il 3-4-2-1 visto contro Verona e Roma, con l’unica variazione obbligata dall’assenza di Davis. Davanti tocca a Bayo, supportato da Atta ed Ekkelenkamp. Ma già dai primi minuti si intuisce che la giornata sarà complicata. Il Lecce entra in campo con più fame, più aggressività, e soprattutto più convinzione. Bastano pochi minuti per vedere Cheddira rendersi pericoloso e, poco dopo, Gandelman approfittare di una clamorosa amnesia difensiva friulana per portare avanti i salentini.
L’Udinese reagisce solo a sprazzi, affidandosi quasi esclusivamente a lanci lunghi e soluzioni estemporanee. La manovra è lenta, prevedibile, mai davvero incisiva. Falcone resta praticamente inoperoso, spettatore non pagante di un pomeriggio in cui i bianconeri non trovano mai il modo di mettere in difficoltà la retroguardia giallorossa. L’unica vera scossa arriva grazie a un’iniziativa di Zemura, che si guadagna il rigore poi trasformato da Solet: un pareggio che però non cambia l’inerzia della gara, né l’atteggiamento dell’Udinese.
Nel finale, mentre i friulani sembrano più preoccupati di non perdere che di vincere, è il Lecce a crederci davvero. Runjaic prova a cambiare qualcosa inserendo Zaniolo e Gueye e tornando al 3-5-2, ma l’impressione è che le mosse arrivino più per necessità che per reale convinzione. E così, al 90’, la punizione perfetta di Banda punisce un’Udinese passiva, poco reattiva, colpevolmente rinunciataria.
È una sconfitta che va archiviata in fretta, ma che lascia interrogativi pesanti. Perché non si tratta solo del risultato, ma di come è arrivato. L’assenza di un vero centravanti si fa sentire, così come la difficoltà a costruire gioco in modo credibile. Il rientro di Zaniolo a pieno regime potrà aiutare, così come il ritorno graduale di Buksa, tornato a vedere il campo dopo un mese di stop. Ma non può essere sempre una questione di singoli.
Ora c’è il Sassuolo all’orizzonte, e servirà tutt’altra Udinese. Più coraggiosa, più intensa, più continua. Perché se è vero che queste non sono le partite “da vincere a tutti i costi”, è altrettanto vero che sono proprio queste le partite che fanno la differenza tra una stagione anonima e una con ambizioni reali. E continuare a spegnersi così, dopo ogni acuto, non può più essere accettabile.
Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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