editoriale

Coraggio, Udinese: ancora una botta e via

Coraggio, Udinese: ancora una botta e via

I giornalisti dovrebbero ringraziare l'Udinese, squadra dal volto umano che permette di copia-incollare una ventina di pezzi a raccontare gare tutte uguali. Zero tiri in porta, da una parte e dall'altra, poi negli ultimi 10-15 minuti il...

Franco Canciani

I giornalisti dovrebbero ringraziare l'Udinese, squadra dal volto umano che permette di copia-incollare una ventina di pezzi a raccontare gare tutte uguali. Zero tiri in porta, da una parte e dall'altra, poi negli ultimi 10-15 minuti il gesto futurista di un bianconero a caso che schiaffeggia la palla e concede l'immancabile rigore (settimo in otto gare) all'avversaria.

Io invece non ringrazio nessuno. Ogni volta che la mia passione mi costringe, perché di questo oggi si parla, a guardare la Biancanera scendere in campo, ben sapendo cosa mi attende, una vocina mi dice 'non possono fare peggio dell'ultima volta'. Invece va così.

Non mi permetto più di dire cosa penso di loro, né ribadire un concetto semplice e penso condivisibile: per quasi nessuno di questi spenderei un cenno con la mano sapendoli ceduti. Posso però opinare sull'effettiva voglia che i baldi bianchineri hanno di scendere in campo. Quasi il loro lavoro fosse diventato un peso, a queste latitudini così paciose e paradossalmente calme.

Dice il saggio: 'la mancanza di pubblico deprime il giocatore'. È lo stesso saggio, peraltro, che sosteneva 'la mancanza di pubblico aiuterà il giocatore'. Come dire che anche in ambito di opinionisti calcistici la comprensione del periodo pandemico è pari alla temperatura montana a novembre.

Paradossale, dicevo: la squadra non merita granché da una tifoseria paziente, amorevole, presente e affezionata. Se poi anche una televisione molto vicina alla società arruola giornalisti che passano ore ed ore a sostenere quanto sia scarso l'allenatore, allora vale veramente tutto.

Opinionisti (così si definiscono) che invece apprezzano Davide Nicola per la sua capacità di fare gruppo e di motivare i giocatori. Un opinionista (così si definisce) dalle convinzioni così forti dovrebbe avvicinarsi al mondo-Toro, ché da quelle parti non credo sarebbero d'accordo con lui come invece sarebbero, stando ai messaggi inviati, i tifosi friulani.

Faccio una domanda, e spero che nessuno si offenda (il reato di 'lesa maestà' non è previsto dai correnti codici): ma Luca Gotti chi l'ha scelto? Chi ha deciso di affidargli il timone? Siamo proprio così certi che i giocatori siano vittime di un canovaccio troppo difensivista, o che una stagione non negativa ma scialba sì, sia esclusiva responsabilità dell'Adriese?

Io questa certezza non ce l'ho, ma d'altra parte a me la tifoseria mediamente dà pochissima ragione sin dai tempi dell'affaire-RB. Lo capisco, lo comprendo e l'accetto. Gotti però è solo l'ultimo degli interpreti difensivisti visti a Udine: il celebrato Nicola me lo ricordo più che altro per 'triplo torpedone a difesa della rete, e se si becca un contropiede è sagra'.

La demonizzazione del calcio sparagnino (che non è la maniera oscena di porsi dell'Udinese di questi tempi ma un'ottima disposizione tattica) è per me esercizio sterile di stile. Perché un'opinione è un'opinione, ha pari dignità se sposa le mie convinzioni o se le obietta recisamente. Il pensiero unico mi fa specie, specie se il pensiero unico dovrebbe portarmi ad essere più sereno: sono fatto così. La mia opinione vale uno, perché è mia. E la vostra vale quanto la mia, perché è vostra. Ed è frutto di una considerazione, di un'emozione, talvolta dell'amore che si prova per una squadra, un'idea, un sogno.

Massacrare le persone per partito preso non è però opinare sulla sua attività: e stiamo tranquilli che Luca Gotti se ne andrà. Spero il suo successore sia un allenatore foriero di calcio offensivo, aperto, arioso: quel calcio che permette di andare a Bergamo e, magari, segnare due gol prendendone sei in contropiede. Gonfio il petto quanto la propria rete: basta che sia scelta difesa oltre bene e male. A meno che, ovviamente, non si confezioni una squadra a immagine e somiglianza del trainer, esercizio non sempre scontato.

Dico tutto questo perché vedere le gare dell'Udinese mi provoca enorme disagio. Enorme, straordinario disagio. Ripeto spesso, me ne faccio vanto, che i due colori sacri dello stemma Savorgnan mi possiedono dal 1973, non da sei mesi. E se qualcuno mi dice Manente, Zorzi, Pecos Bill, Ulivieri o Tormèn lego i nomi a sensazioni, emozioni, immagini viste o raccontate da un nonno posseduto quanto me da quella 'V' rovesciata nera in campo bianco. Dico tutto questo perché vorrei dire il contrario, e scrivo con la tristezza di un campionato, l'ennesimo, mediocre quando la rosa direbbe il contrario.

Peccato che nessuno ricordi la messe di ginocchia saltate che ha rovinato il momento migliore di questa squadra. Evidentemente Gotti non se l'è meritato.

Così come non si merita una tale gogna mediatica: vi fa schifo come allena? 90' e se ne andrà. Hashtag statesereni.

Tutto qui. Noia trasformata in delusione e amarezza, poche righe per dire che, ormai, da dire ho molto poco. E forse è una benedizione che fra una settimana io chiuda bottega.

Perché sono fuori tempo, lascio campo, penna, spazio, voce ai cantori del calcio moderno, qui come in televisione.

Coraggio, Udinese: ancora una botta e via.