È difficile trovare attenuanti dopo una sconfitta del genere. Non solo perché l’Udinese è uscita battuta 2-1 contro l’ultima in classifica, ma perché lo ha fatto in casa, davanti al proprio pubblico e senza mostrare orgoglio, intensità o idee. Una prestazione che definire deludente è un eufemismo. Il Monza, già matematicamente retrocesso, ha approfittato del torpore generale dei bianconeri per portare via tre punti con la massima semplicità, dando a mister Nesta una piccola soddisfazione e lanciando un chiaro messaggio: serietà e rispetto fino alla fine.
L'Udinese, invece, ha dato l'impressione di aver staccato la spina, come se il traguardo dei 40 punti avesse esaurito ogni stimolo. Eppure, il tecnico Kosta Runjaic, nelle ultime settimane, aveva parlato di obiettivi da raggiungere: non perdere più, toccare quota 48 o addirittura 50. Ambizioni evaporate in un’ora di gioco sonnacchiosa e inconsistente, in cui la squadra non è riuscita a produrre un solo tiro pericoloso. Nemmeno la spinta del pubblico di casa — accorso allo stadio nonostante la calda domenica di maggio — ha acceso una squadra piatta, senza coraggio e incapace di costruire gioco.
Scelte discutibili, atteggiamento molle. Le scelte iniziali di Runjaic sono sembrate a dir poco discutibili: 3-6-1, una sola punta, Davis, supportato da un Atta fin troppo libero da finir spesso isolato. Con Thauvin ancora ai box e Lucca inizialmente in panchina, il tecnico si è affidato a un undici che ha faticato sin dai primi minuti a trovare spazi, profondità e ritmo. L’ingresso di Lucca nella ripresa ha dato un minimo di scossa — l’attaccante ha trovato un gol splendido e sfiorato il raddoppio due volte — ma non è bastato. Viene da chiedersi: ma se non osi in una partita così, contro un formazione come quella brianzola in palese difficoltà, quando lo fai? Lo scorso agosto Runjaic prometteva un calcio "europeo", fatto di pressing alto e tanti attaccanti in campo. Progetto evidentemente rimasto nel cassetto. Gli attaccanti ci sarebbero anche ma non c'è verso che il tedesco riesca a sfruttare il potenziale offensivo di questa squadra. Si doveva andare avanti, rivoluzionare, stravolgere, dare una nuova filosofia. Alla fine si è tornati indietro alle più tristi e piatte versioni del 3-5-1-1, relegando in soffitta non solo il tanto auspicato tridente ma anche quel 4-4-2 che questo inverno sembrava poter dare garanzie.
Il Monza, che per oltre un’ora ha giocato con il freno a mano tirato pensando più a non prenderle che a darle, ha colpito due volte nelle uniche vere azioni pericolose della partita. Prima con Caprari, che approfitta di un rimpallo dopo il palo colpito da Birindelli, poi nel finale con Keita, libero di colpire da pochi passi in un’area deserta. Due reti che bastano per spedire l’Udinese alla quinta sconfitta casalinga e al crollo definitivo di ogni obiettivo extra-salvezza.
Emblematica anche la gestione di Sanchez, rimasto per tutta la gara in panchina nonostante i cori dei tifosi che ne invocavano l’ingresso. L’unico ad applaudire la curva a fine gara e l’unico ad essere applaudito. Runjaic ha glissato in conferenza stampa: "Non voglio commentare la scelta di aver lasciato Sanchez in panchina tutta la gara". Ma l’ennesima esclusione del cileno, in una partita senza alcuna pressione di classifica, è apparsa inspiegabile e irrispettosa nei confronti del giocatore e della piazza.
Un epilogo, insomma, che rovina quanto di buono fatto. La sensazione è che questa squadra abbia smesso di credere, e che il tecnico non abbia saputo tenere alto il livello di tensione. Gli infortuni ci sono, è vero. Ma la prestazione contro il Monza, per intensità e mentalità, non è figlia di un organico corto, bensì di una gestione insufficiente. Quando si perde così, contro un avversario già retrocesso, è chiaro che le colpe siano da condividere in modo ampio: dalla panchina allo spogliatoio.
Con due giornate ancora da giocare, contro Juventus e Fiorentina, servono risposte. Servono per i tifosi, per la società e per capire chi merita davvero di far parte dell’Udinese del futuro. Continuare a sprofondare significherebbe buttare alle ortiche tutto il buono costruito nei mesi scorsi. E questo, davvero, non può essere accettabile.
Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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