Ci sono sconfitte che non hanno molto senso, ovvero ne hanno uno solo. Sconfitte che arrivano a bocce ferme, sconfitte con mille scuse, motivi, ragioni: mancanza di motivazioni, pesante calcio post-pandemia, rose risicate dagli infortuni.
Ci sono sconfitte che più ci si pensa, più appare opportuno non pensarci.
Certa è una cosa: dopo il ridicolo pareggio concesso a quella che appare essere forse la peggiore squadra della serie A, qualche gara fa, l’Udinese pensa bene di non interferire con la lotta fra questa ed il Lecce: i giallorossi, fiaccati da infortuni, stanchezza, evidenti limiti tecnici di squadra, riescono a trovare la rete della vittoria quando l’intera (intera) difesa bianconera si ferma a guardare l’amico Tonino Barak e Lapadula in area piccola.
È certo che se la compagine del dottor Sticchi Damiani retrocederà non sarà per (presunti) torti arbitrali: non mi ricordo di una neopromossa che avesse potuto tirare quindici-rigori-quindici: ci fossero manovre di palazzo, ci fossero semplici antipatie, esattamente come succede in tanti altri casi l’arbitro ed il varista deciderebbero la non punibilità di alcuni episodi. Esattamente come, con regolarità, accade all’Udinese che di rigori ne ha tirati zero. E se quello di Becao è fallo da rigore, come l’applicazione del protocollo in Italia (e nessun altro campionato di comuni bipedi) prevede, lo era anche quello di De Ligt una settimana prima.
Quindi retroceda il Lecce o lo squadernato Genoa, sarà per demeriti e non per disegni preformati. Non ho gradito i tanti insulti dei tifosi giallorossi quando sembrava l’Udinese potesse non prolungare il prestito di Barak, qualche settimana fa: ricordino, in via del Mare, che il calcio resta pur sempre uno sport e non una questione di vita o morte.
In un mondo normale, la gara di mercoledì sera non finisce, mai, 1-2. Ma lo sport ci invita, correttamente, a rispettare quel che dice il tabellone. E questo Lecce, che se non altro getta il cuore oltre l’ostacolo, pare meritarsi un’altra stagione fra le grandi più della truppa di Nicola. A proposito: mai visto, in vita mia, una panca che insulta l’arbitro e poi si nasconde, costringendo il proprio allenatore a prendersi il cartellino rosso e guardarsi l’ultima partita dalla tribuna.
Affari di chi si trova sette punti sotto, non della squadra di cui parlavamo bene solo quattro giorni fa, e che una settimana or sono tappava le bottiglie di spumante della Juventus. Contro i salentini non c’è un bianconero che abbia giocato ai propri livelli, e la stanchezza non conta. Saranno anche dodici malcontati, i giocatori a disposizione di Gotti: ma fino a tre giorni prima il Lasagna post-COVID, solo davanti al portiere, saettava sotto la traversa; lanciato dagli avversari, non trova di meglio che passare palla a Lucioni.
Pensare male? Ma no… No. Non è questo: non è nemmeno accettabile, però, la tirata sulla mancanza di motivazioni naturale esito del ’fare sport’ lanciata da un collega sulla televisione societaria: non c’è nulla di male ad ammettere che in campo si è demeritato, facendo molto meno del minimo sindacale per guadagnarsi la classica pagnotta; tenere ai colori, per passione o deontologia, prevede che a volte si possa anche dire che la squadra ha fatto una pessima figura.
Sì: a me queste figure piacciono poco. Una formazione anche meno dotata di questa, anno 1982, si salvava a Bologna e perdeva senza combattere contro Juve, Fiorentina e Roma. Ecco: già all’epoca mi dispiacque. Nessuno pretende di vincerle tutte, ma almeno banalmente provarci questo sì.
Domenica, per fortuna, si chiude questa stagione. Un’altra di quelle che, quando la mia rincorsa alla vecchiezza si sarà compiuta (al netto di inciampi che l’abbrevino inesorabilmente), non racconteremo ai nipotini. Un’altra di quelle in cui non si soffre, né si gode. E la vittoria contro la Juventus, mi spiace, non basta a farmi cambiare idea sulle tante, troppe occasioni gettate alle ortiche. Non per sfortuna, che nello sport non esiste: direi per manifesta incapacità.
Dico che non si è sofferto, e qualcuno non sarà d’accordo: rispondo al buon amico in questione che la ragione per la quale retrocedere sarebbe stata impresa pari ad una qualificazione Champions ce l’hanno data Genoa e Lecce e la loro qualità. Un mio amico, mica io (mai!) sosteneva, ieri sera, che ad un certo punto pareva quasi che il Lecce avrebbe segnato solo se l’Udinese avesse preso di nuovo la palla in mano (non di mano) in area…
Non arrivo a tanto: ma tranne Falco (buono) e il ‘Modriccione’ non di ieri sera, non vedo quale altro giocatore giallorosso potrebbe scalzare i titolari bianconeri dal proprio ruolo.
L’Udinese chiude a Sassuolo, e ho scommesso non si comporterà in campo come mercoledì sera: il Genoa (dicono i malevoli) ha una gara contro il Genoa B (Verona), ma io penso Juric e soci non si scanseranno; Lecce-Parma completerà la coppia di scontri decisivi per la sopravvivenza in serie A.
E poi sarà subito annata nuova; oggi, scottati da un’impennata (lieve) di nuovi casi di coronavirus in Italia, si vorrebbe far slittare l’inizio del campionato ad ottobre, un mese dopo il 12 settembre prefissato. Comunque sia, è necessario fissare i punti fermi della squadra.
Ad iniziare dall’allenatore: i ben informati danno Maran vicinissimo alla panca friulana, spinto (dicono sempre i soloni) dal suo procuratore. Il trentino è una brava persona, resta però da capire se sia Gotti a non voler svolgere un’intera annata da head coach, oppure quali siano le sue colpe così gravi da costargli il posto.
Staremo a vedere: De Paul ormai ai saluti, Fofana quasi via, sono curioso di capire come la ‘proprietà’ intende strutturare la rosa, che con 5 cambi anche il prossimo anno dovrà prevedere almeno 22 giocatori di cui 19 di movimento.
Cieli neri: quelli che sento sopra la testa quando non riesco a capire da che parte vorranno prenderla, questa squadra.
Nella speranza che l’orgasmo-rigori dell’arbitraggio medio italiano raggiunga la pace dei sensi. Altrimenti lo chiamino tiro libero, non massima punizione.
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