La nuova Coppa Italia è fantozziana. Intanto, perché è una cagata pazzesca. In secondo luogo, perché è tutto il contrario di quello che servirebbe. L’unica speranza è che ci salvi l’assemblea di Lega o in qualche modo la FIGC, magari memore all’improvviso d’aver combattuto fino all’altro ieri le angherie dei prepotenti della Superlega. Perché le notizie che arrivano dal consiglio tenuto ieri sono preoccupanti: dalla prossima stagione la competizione cambierà format. Addio alle squadre di Serie C, dentro soltanto le 20 di A e le 20 di B. Per migliorare il prodotto calcio, dare più qualità ai tifosi: è questa la versione che si raccontano e ci raccontano. A quegli stessi tifosi che non la guardavano ieri, non la guardano oggi e in questo modo continueranno a non guardarla neanche domani. 

Ma non dovevamo copiare gli inglesi? La riforma della Coppa Italia va in direzione ostinata e contraria rispetto all’idea, spesso ventilata, di fare nostro il modello inglese. Quello della FA Cup, dove il Manchester City di Guardiola si può trovare a giocare in qualche polveroso campo di periferia e ogni tanto può anche rischiare di fare una figuraccia. L’Alessandria e il Pordenone, del resto, ci avevano divertito parecchio: sono state le uniche occasioni, negli ultimi anni, in cui la Coppa Italia abbia suscitato un qualche minimo interesse prima di arrivare a semifinali e finali. Queste sì, viste, va detto. Ma tanto il problema non si pone lì, perché ci arriverebbero comunque le squadre migliori. Dopo un percorso nel quale le piccole devono giocare negli stadi semivuoti delle grandi. E da oggi le piccole saranno ancora meno. 

Al calcio servono storie, non prodotti. Non è retorica. Chi se ne frega del calcio dei piccoli e dai valori sbandierati a convenienza. Non è questo il punto. Il guaio è che, tanto la Superlega quanto questa riforma elitaria di una coppa secondaria, hanno un solo obiettivo: quella del calcio inteso come prodotto commerciale. Ergo più bello e lucido possibile. Come fosse un videogioco, per tentare di strappare i ragazzi a Fortnite e a FIFA/PES. Una missione che fallirà: più i due prodotti s’assomiglieranno, il calcio vero e quello virtuale, più sarà logico spingere un bottone e accendere la playstation. È un equivoco che non tiene conto di due fattori. Il primo: la vocazione popolare del pallone. Il secondo: saranno le storie, non i prodotti, a salvare il calcio. Per tornare all’Inghilterra, la nuova Coppa Italia assomiglierebbe molto alla League Cup, una coppa mai davvero decollata. Soprattutto se paragonata all’altro modello, quello eccezionale della FA Cup. Del sorteggio integrale, di tutti contro tutti, di Golia che fa visita a Davide e non viceversa. Ancora una volta, non è retorica. Un dato su tutti: nella stagione 2019-2020 i sette eventi calcistici più visti in TV in Inghilterra sono stati sette partite di FA Cup. Al sesto posto c’è Shrewsbury Town contro Liverpool: una società di League One aveva fermato 2-2 i campioni in carica. Non era la prima volta, non sarà l’ultima. Il calcio come storia vende più del calcio come solo prodotto. Ed è la direzione in cui dovremmo andare.

Sezione: Primo Piano / Data: Gio 06 maggio 2021 alle 20:51
Autore: Redazione TuttoUdinese
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