Come accade spesso. Purtroppo.

Diciamoci la verità: alla vigilia di questa gara, lo zero per cento dei pronostici avrebbe previsto un esito diverso. Invece, per un’oretta, la gara è stata equilibrata: occasioni per l’Atalanta, quattro grandi opportunità per i bianconeri. Vittime, come al solito, dei propri errori sotto porta.

Ho già letto la solita, solitamente meritata, messe di lodi per il gioco di Gasperini: va così, si guardano le gare a metà o spesso gli highlights, si confonde Fofana con Wallace e poi ci si dimentica che se la gara ha consegnato tre punti (sesta di fila) alla Dea, il merito non è del gioco ma dell’Udinese che fu.

Già: nel primo tempo ci pensa Duvàn. A proposito: lo difesi, a suo tempo, e colleghi e tifosi mi presero per pazzo. Oggi tutti a rimproverare la proprietà per la cessione. La verità è che Gasperini ne ha fatto un centravanti moderno, ma le stigmate del bomber le aveva già all’epoca. Zapata aggancia, manda Troost ed Ekong a prendergli un’aranciata amara al bar dello stadio e fulmina Musso (oggi assolutamente straordinario).

Nella ripresa, sull’1-1, Gasperini guarda la sua panchina e non scorge, come il collega, (con tutto il rispetto) Nestorovski e Stefano Okaka, ma Muriel e Ilicic. Si gioca la carta colombiana, che segna due reti bellissime e costringe Musso ad altrettanti interventi. Chapeau al Fruto, uno che con un po’ più di concentrazione, non sarebbe arrivato a 29 anni suonando la parte dell’eterno incompiuto.

Udinese? Buona gara, tutto sommato. Buona gara e soliti errori: quelli al tiro, che risultano esiziali in una sfida tesa come quella di oggi. Quelli in difesa, dove Ekong nel primo tempo, Jajalo e Becao nella ripresa (dell’imperfezione di Gotti ne parliamo più avanti) confezionano i tre goal ospiti.

Senza due quinti del centrocampo titolare ci si sarebbe aspettati una bella asfaltata: invece Wallace tutto sommato tiene botta (anche se non entrerà mai nel mio empireo personale), Jajalo è lento ma fa lo stesso, Sema e Stryger giocano bene (specialmente lo svedese, quanto anche il subentrante Zeegelaar).

L’Atalanta era una delle avversarie-bonus, una di quelle partite che se alla fine non si pèrdono danno punti-qualità importanti per la classifica; l’impressione che ha dato oggi la formazione nerazzurra (preghiera agli amici bergamaschi: non acquistate l’orrenda maglietta stile Venezia anni ’60 indossata oggi dai vostri beniamini) è di essere in quelle stagioni, e a Udine ne sanno qualcosa, dove alla fine va tutto bene anche quando si gioca sottotono. L’impressione che abbiamo ricevuta oggi è che l’Udinese avrebbe cavato fuori il classico ragno dal buco solo commettendo zero errori o quasi, tanta la differenza di classe e qualità era in campo.

Invece, come soleva dire il Grande Timoniere, un salice non sarà mai un pino: l’Udinese commette le stesse imprecisioni dall’inizio del campionato. Gioca benino, segno che tutto sommato la rosa non è scarsissima: ma evidenti sono lacune lasciate in fase di costruzione, ormai la scorsa estate. Oggi Lasagna ha fatto una delle partite della vita, eppure due reti le ha mancate anche contro Gollini; Teodorczyk ha mostrato di essere il fratello neanche gemello di quello che timbrava nell’Anderlecht e a Kiev; Okaka e Nesto subentrano, ma come a Torino la vedono col binocolo.

E Gotti? Prepara la gara in maniera mirabile, dimostrando di essere un tattico da Champions League. I suoi aspettano l’avversaria raccolti e compatti, ribaltando velocemente il fronte e mettendo alla frusta Caldara e Djimsiti. Poi però toglie Ekong, che dopo un inizio-choc aveva tutto sommato preso le misure all’attacco avversario, e il subentrante Becao commette una nefandezza che indirizza, purtroppo, definitivamente la gara. Errore da circoletto rosso, caro mister. Pazienza, guardiamo avanti.

Pensando ad agosto, la difesa dell’Atalanta è parsa oggi veramente discutibile: se poco poco l’avversaria passa la diga di centrocampo (oggi non eccellente la prova di Pasalic), messi uno-contro-uno i suddetti difendenti di Gasperini soffrono tantissimo. Per loro fortuna, stasera, di fronte non c’era il Manchester City ma l’Udinese, uno dei peggiori attacchi della categoria. Non è un caso che l’atomico attacco tiene in piedi (alla grandissima) la Dea, la quale però in due gare ha preso tante reti quante l’Udinese.

Giovedì i friulani sono attesi dalla deludentissima Roma di Fonseca: oggi ho visto la gara di San Siro, persa dai giallorossi, e ho ricavato l’impressione che i ragazzi del patron Pallotta dipendano totalmente dal ‘mood’ di Edin Dzeko e in parte Mkitharyan. Il resto non mi ha fatto impazzire.

Provarci? Perché no, cercando di non farsi squalificare in vista del filotto Genoa-S.P.A.L.-Samp che dirà tantissimo del futuro bianconero.

Ultima riga per Luis Muriel: lo abbiamo, giustamente, criticato per i suoi atteggiamenti da avversario friulano, in maglia viola e blucerchiata; altrettanto facevamo quando, invece di ricamare gioco, si dava alla pazza gioia gastronomica allenandosi malvolentieri. Ecco: quando lo vediamo giocare e finalizzare come oggi, pensiamo al livello dei giocatori che hanno indossato i sacri colori biacca e carbone.

Non cedo alla tentazione di facili paragoni con la truppa odierna. Che sarebbero, forse, utili a evitare il continuo groppo allo stomaco che questa situazione provoca.

Sarebbe bastato poco. Invece il passato esiste ancora, torna e ci abbatte.

Giustamente.

Sezione: Editoriale / Data: Dom 28 giugno 2020 alle 23:00
Autore: Franco Canciani
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