Massimo Giacomini ha vissuto quel dramma e, da nativo di Udine ed ex calciatore della squadra della sua città, ha dato tutto sé stesso per raggiungere due promozioni consecutive storiche tra 1977 e 1979, il suo biennio magico. A distanza di anni, l’ex allenatore racconta com’era la sua Udinese e quel calcio romantico, semplice e godibile, senza filtri:
“Ho iniziato la mia carriera dal calciatore nelle riserve dell’Udinese, poi ho vestito la maglia bianconera per tre stagioni in Serie A. Sono rientrato in Serie C, giocando lo per la promozione in B con il Parma. In seguito ho iniziato a studiare da allenatore, seguendo il corso a Coverciano. Alla fine di questo percorso ho avuto la richiesta di allenare l’Udinese dal direttore generale Franco Dal Cin. Avevamo formato una squadra interessante per la categoria, rinforzandoci poi ulteriormente sul mercato a novembre con l’arrivo di UIivieri dal Foggia, giocatore che si rivelò fondamentale per il nostro gioco. Siamo riusciti a vincere il campionato di C, una competizione molto dura e difficile, perché c’erano tre gironi da venti squadre e venivano promesse in B solamente le vincitrici. La concorrenza era tanta perché affrontavamo compagni molto attrezzate. Nel campionato successivo apportammo delle modifiche alla squadra, innestammo altri giocatori di esperienza come Delneri, Vriz, Fellet. Nonostante i dubbi di alcuni, l’inizio è stato buono. Poi abbiamo cominciato a marciare seriamente ed è arrivata una vittoria comoda in Serie B. Pensavamo di poter far un buon campionato ma non di riuscire a centrare la promozione. Andammo ben oltre quelle che erano le nostre possibilità reali. Fu una vera e propria impresa, una stagione trionfale, qualcosa di irripetibile anche perché arrivò in un momento delicato per tutto il Friuli. C’era stato il terremoto e noi diventammo un simbolo della rinascita”.
Quale fu il segreto dei trionfi di quella squadra?
“La scelta delle persone. C’è stata chiarezza da parte della dirigenza nei rapporti. Abbiamo costruito un gruppo molto omogeneo tra quelli in campo e quelli in ufficio. Io rispondevo del mio lavoro a Dal Cin ed al presidente. Ovviamente, facevo la squadra insieme a loro due. Il presidente era al corrente di tutto, mentre chi agiva era Dal Cin, eccellente direttore sportivo e generale. Il budget era limitato, ma comunque si pescavano sempre giocatori di un certo tipo. Franco era abile ad acquistarli. La mia squadra giocava un calcio dinamico e moderno, molto spigliato, prevalentemente offensivo. Avevamo due trequartisti formidabili, Bilardi e Vriz, davanti De Bernardo ed Ulivieri. Insomma avevamo alternative create per adattare il nostro sistema di gioco all’avversario per sorprenderlo”.
Tra i tanti arrembaggi portati a compimento dall’equipaggio bianconero ce n’è uno particolarmente caro a Mister Giacomini?
“Ci sono tanti momenti che porto nel cuore. Mi ricordo la trasferta contro il Seregno in Serie C. In un campo impraticabile giocammo all’attacco per tutta la partita ma non senza riuscire a sbloccare il risultato. A due minuti dalla fine cross dalla sinistra, Pellegrini staccò di testa insaccando. Mi ricordo che mi girai verso la mia panchina e dissi che quello era un segno del destino. Vinta quella partita dentro di me sapevo che non ci avrebbe fermato più nessuno”.
Quale augurio si sente di fare alla sua Udinese per questo speciale compleanno?
“L’augurio è che si possa tornare a raggiungere risultati importanti come in passato. Mi piacerebbe rivedere la squadra in Europa. Nonostante gli ultimi campionati siano stati complicati dico che dobbiamo essere grati per quello che è stata e per quello che è oggi l’Udinese. Possiamo contare su una dirigenza molto solida e pure friulana, che ha una visione precisa del futuro del club. Nel calcio di oggi, dove dominano solo i soldi degli americani e degli arabi, Udine in Serie A è un gran bel traguardo. Abbiamo uno stadio rinnovato, una squadra che quest’anno è stata rafforzata. Dobbiamo sostenere questi colori e guardare al futuro”.
“Ho iniziato la mia carriera dal calciatore nelle riserve dell’Udinese, poi ho vestito la maglia bianconera per tre stagioni in Serie A. Sono rientrato in Serie C, giocando lo per la promozione in B con il Parma. In seguito ho iniziato a studiare da allenatore, seguendo il corso a Coverciano. Alla fine di questo percorso ho avuto la richiesta di allenare l’Udinese dal direttore generale Franco Dal Cin. Avevamo formato una squadra interessante per la categoria, rinforzandoci poi ulteriormente sul mercato a novembre con l’arrivo di UIivieri dal Foggia, giocatore che si rivelò fondamentale per il nostro gioco. Siamo riusciti a vincere il campionato di C, una competizione molto dura e difficile, perché c’erano tre gironi da venti squadre e venivano promesse in B solamente le vincitrici. La concorrenza era tanta perché affrontavamo compagni molto attrezzate. Nel campionato successivo apportammo delle modifiche alla squadra, innestammo altri giocatori di esperienza come Delneri, Vriz, Fellet. Nonostante i dubbi di alcuni, l’inizio è stato buono. Poi abbiamo cominciato a marciare seriamente ed è arrivata una vittoria comoda in Serie B. Pensavamo di poter far un buon campionato ma non di riuscire a centrare la promozione. Andammo ben oltre quelle che erano le nostre possibilità reali. Fu una vera e propria impresa, una stagione trionfale, qualcosa di irripetibile anche perché arrivò in un momento delicato per tutto il Friuli. C’era stato il terremoto e noi diventammo un simbolo della rinascita”.
Quale fu il segreto dei trionfi di quella squadra?
“La scelta delle persone. C’è stata chiarezza da parte della dirigenza nei rapporti. Abbiamo costruito un gruppo molto omogeneo tra quelli in campo e quelli in ufficio. Io rispondevo del mio lavoro a Dal Cin ed al presidente. Ovviamente, facevo la squadra insieme a loro due. Il presidente era al corrente di tutto, mentre chi agiva era Dal Cin, eccellente direttore sportivo e generale. Il budget era limitato, ma comunque si pescavano sempre giocatori di un certo tipo. Franco era abile ad acquistarli. La mia squadra giocava un calcio dinamico e moderno, molto spigliato, prevalentemente offensivo. Avevamo due trequartisti formidabili, Bilardi e Vriz, davanti De Bernardo ed Ulivieri. Insomma avevamo alternative create per adattare il nostro sistema di gioco all’avversario per sorprenderlo”.
Tra i tanti arrembaggi portati a compimento dall’equipaggio bianconero ce n’è uno particolarmente caro a Mister Giacomini?
“Ci sono tanti momenti che porto nel cuore. Mi ricordo la trasferta contro il Seregno in Serie C. In un campo impraticabile giocammo all’attacco per tutta la partita ma non senza riuscire a sbloccare il risultato. A due minuti dalla fine cross dalla sinistra, Pellegrini staccò di testa insaccando. Mi ricordo che mi girai verso la mia panchina e dissi che quello era un segno del destino. Vinta quella partita dentro di me sapevo che non ci avrebbe fermato più nessuno”.
Quale augurio si sente di fare alla sua Udinese per questo speciale compleanno?
“L’augurio è che si possa tornare a raggiungere risultati importanti come in passato. Mi piacerebbe rivedere la squadra in Europa. Nonostante gli ultimi campionati siano stati complicati dico che dobbiamo essere grati per quello che è stata e per quello che è oggi l’Udinese. Possiamo contare su una dirigenza molto solida e pure friulana, che ha una visione precisa del futuro del club. Nel calcio di oggi, dove dominano solo i soldi degli americani e degli arabi, Udine in Serie A è un gran bel traguardo. Abbiamo uno stadio rinnovato, una squadra che quest’anno è stata rafforzata. Dobbiamo sostenere questi colori e guardare al futuro”.
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