Ci sono addii che non si misurano soltanto nei risultati, ma nel segno lasciato dentro una società, uno spogliatoio e una città. Quello tra Andrea Gracis e l’APU Udine appartiene a questa categoria. La lettera pubblicata dal direttore sportivo bianconero è il racconto sincero di un percorso intenso, fatto di successi sportivi, relazioni umane e crescita condivisa.
Tre anni passati velocemente, come ha scritto lui stesso, ma che hanno cambiato profondamente il volto dell’APU Udine. Quando Gracis arrivò in Friuli, il club era una realtà ambiziosa in cerca del salto definitivo. Oggi lascia una società stabilmente in Serie A, reduce da una storica promozione dopo sedici anni di assenza dal massimo campionato, una partecipazione alle Final Eight di Coppa Italia e una salvezza conquistata con maturità e personalità nel primo anno tra le grandi del basket italiano. Risultati che non arrivano per caso. Dietro c’è stato il lavoro di un dirigente che ha saputo unire competenza tecnica, visione e capacità di costruire gruppi solidi. Le squadre allestite in questi anni hanno sempre avuto identità precise: carattere, equilibrio e spirito di appartenenza. Elementi che hanno permesso all’Apu di crescere passo dopo passo fino a riportare Udine nel basket che conta.
Ma ridurre il contributo di Gracis ai soli risultati sarebbe limitante. Perché in questi tre anni l’ex campione della pallacanestro italiana è riuscito anche a entrare immediatamente in sintonia con l’ambiente friulano. Nelle sue parole emerge forte il legame creato con la città, con i collaboratori, con lo staff tecnico e con il pubblico bianconero. Un rapporto costruito sulla serietà, sulla disponibilità e su una professionalità sempre accompagnata da grande equilibrio umano.
Non è un caso che nella sua lettera abbia voluto ringraziare praticamente tutti: dal presidente Pedone ai collaboratori, passando per staff, giocatori e tifosi. Segno di chi ha vissuto questo percorso sentendosi parte di qualcosa di più grande di un semplice incarico professionale.
Particolarmente significativo anche il passaggio dedicato ad Adriano Vertemati. Il rapporto tra direttore sportivo e allenatore è stato uno dei pilastri della crescita dell’Apu. Insieme hanno costruito un progetto tecnico credibile e competitivo, condividendo ogni scelta e creando un’identità forte, riconoscibile, che ha permesso alla squadra di affrontare il salto in Serie A senza snaturarsi.
E poi c’è il rapporto con il pubblico. Perché in questi anni il Carnera è tornato a riempirsi, le trasferte a colorarsi di bianconero e l’entusiasmo attorno alla squadra a crescere progressivamente. Anche questo fa parte dell’eredità lasciata da Gracis: aver contribuito a riportare il grande basket al centro della vita sportiva della città.
L’addio lascia inevitabilmente un po’ di malinconia, ma anche la consapevolezza di un lavoro svolto nel migliore dei modi. Udine saluta un dirigente che ha avuto un ruolo fondamentale nel riportare il club dove merita di stare. E lo fa con gratitudine, rispetto e affetto.
“Mandi”, ha scritto Gracis nel finale della sua lettera. Una parola semplice, ma profondamente friulana. E forse proprio per questo perfetta per chi, pur non essendo nato qui, è riuscito in poco tempo a diventare davvero uno di casa.
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