L’Udinese arriva alla sosta di novembre nel modo peggiore possibile, dopo aver perso anche lo scontro diretto contro il Venezia. Una sconfitta che fa male, malissimo, non soltanto per il risultato, ma soprattutto per quello che racconta. Perché ormai non siamo più davanti a un incidente di percorso, a una giornata storta o a un periodo sfortunato. Siamo davanti a una crisi tecnica, atletica e mentale di proporzioni che nessuno avrebbe potuto immaginare soltanto qualche mese fa.

Ultimi in classifica. Vale la pena ripeterlo, perché sembra ancora impossibile crederci. Ultimi. Con una rosa che sulla carta avrebbe dovuto garantire ben altre prospettive, con una società che aveva lasciato intendere di voler guardare finalmente verso l’alto. E invece eccoci qui, a novembre, a guardare tutti dal basso. A dover fare i conti con una realtà che non ammette più distrazioni.

Il problema è che questa squadra sembra aver perso tutto. Le gambe, la testa e, soprattutto, l’anima.

La fotografia del momento bianconero è racchiusa in due episodi della partita del Penzo. Il primo è il clamoroso errore di Keinan Davis, che da due passi, con la porta spalancata, riesce a colpire il palo. Quell’errore è il manifesto di una squadra che non riesce più nemmeno a fare le cose semplici. Il secondo arriva nel finale, quando  Miller calcia due corner consecutivi praticamente rasoterra, a cinquanta centimetri dal terreno di gioco. Due palloni che non superano nemmeno il primo ostacolo. Due episodi che messi insieme a tutto il resto, invece, fanno venire i brividi perché raccontano una squadra svuotata.

Paolo Zanetti, nel dopopartita, è stato giustamente duro. E ha fatto bene. Serviva qualcuno che cominciasse a chiamare le cose con il proprio nome, senza cercare giustificazioni o nascondersi dietro le solite frasi di circostanza. Al Penzo la reazione non è arrivata, ma sarebbe stato francamente impossibile pretendere che il nuovo allenatore riuscisse, in pochi giorni, a riportare in vita una squadra sprofondata negli inferi. Zanetti non ha la bacchetta magica. E soprattutto non può cancellare in tre allenamenti mesi di problemi accumulati.

Il primo, evidentissimo, è quello atletico. L’Udinese corre poco, corre male e arriva quasi sempre sul pallone dopo gli avversari. Dopo un’ora di gioco la squadra sembra aver esaurito le energie. Non c’è intensità, non c’è ritmo, non c’è la capacità di sostenere uno sforzo prolungato. Una condizione che impone interrogativi seri sulla preparazione estiva e sul lavoro svolto nei mesi successivi. Perché una squadra di Serie A non può arrivare a novembre in queste condizioni.

Ma se le gambe non funzionano, la testa sembra stare persino peggio. L’Udinese è una squadra che ha paura. Paura di sbagliare, paura di prendere gol, paura di assumersi responsabilità. Lo si vede nei passaggi più elementari, nelle scelte sbagliate, nei palloni giocati con un secondo di ritardo. Persino i calciatori che fino a poco tempo fa rappresentavano le certezze di questa formazione sembrano essersi smarriti. Davis è l’ombra dell’attaccante capace di trascinare il reparto offensivo. Karlstrom, che aveva sempre garantito equilibrio e affidabilità, appare oggi irriconoscibile. E quando anche i punti fermi cominciano a vacillare, significa che il problema è diventato collettivo.

Manca soprattutto qualcosa che non si compra sul mercato: la fame.

La voglia di lottare su ogni pallone, di sacrificarsi per il compagno, di correre anche quando le gambe non ne hanno più. Manca quell’unità d’intenti che dovrebbe essere la base di qualsiasi squadra, a maggior ragione di una formazione chiamata a salvarsi. Troppi giocatori sembrano pensare al proprio percorso individuale, al proprio futuro, alle prospettive di mercato. Troppo poco alla maglia che indossano e alla situazione drammatica nella quale si trovano. È arrivato il momento di mettere da parte tutto. Ambizioni personali, voci di mercato, sogni di grandi trasferimenti. Prima viene l’Udinese. Prima viene la salvezza. E chi non è disposto a comprenderlo deve avere il coraggio di farsi da parte.

Serve un bagno di umiltà. A tutti.

Alla società, che deve prendere atto degli errori commessi. Ai calciatori, che devono comprendere la gravità della situazione. E anche a chi, come il sottoscritto, aveva immaginato un campionato completamente diverso. Lo ammetto: probabilmente ho sopravvalutato questa rosa. Ho creduto che il materiale tecnico a disposizione, con la permanenza di Solet e Zaniolo,  fosse tra i migliori degli ultimi anni. E, nonostante tutto, continuo a pensare che questa squadra abbia qualità nettamente superiori a quelle espresse finora. Ma evidentemente qualcosa nelle valutazioni iniziali non ha funzionato. Faccio mea culpa, a cominciare da Vojvoda e Unai Gomez, dai quale mi aspettavo un contributo ben diverso. 

Questo, però, non significa che l’Udinese sia una squadra da ultimo posto. Non posso crederlo. E non voglio crederlo. Perché, anche ridimensionando i giudizi iniziali, resto convinto che il valore complessivo della rosa sia assolutamente sufficiente per mantenere la categoria. Il punto è un altro: avere giocatori tecnicamente validi non significa automaticamente avere una squadra. E oggi l’Udinese, semplicemente, non lo è.

Ci sono poi questioni tecniche sulle quali non si può più rimandare ogni decisione. In porta serve una riflessione seria: Okoye continua a commettere errori pesanti e, in questo momento, credo che un periodo in panchina possa essere la scelta più opportuna. In difesa bisogna recuperare al cento per cento Solet, perché il francese è troppo importante per gli equilibri del reparto. E bisogna sperare che Alaba possa ritrovare quel minimo di forma necessaria per rendersi utile con la sua esperienza ad un gruppo smarrito.

Bisogna guardare a gennaio, il mercato serve

Il mercato invernale non potrà essere quello delle solite scommesse. Servono almeno quattro o cinque giocatori pronti, esperti, capaci di entrare immediatamente nelle rotazioni e dare un contributo concreto. Non altri ragazzi da aspettare, non prospetti da valorizzare tra due anni. Servono calciatori che conoscano la categoria, che abbiano personalità e che sappiano cosa significhi giocare partite nelle quali ogni punto può decidere una stagione. Il concetto deve essere quello: intervenire con decisione, senza perdere tempo e senza sottovalutare il pericolo. Perché il pericolo è reale. Terribilmente reale. Molto di più di quanto lo fu nella stagione che portò al finale thriller di Frosinone.

27 partite alla fine

Eppure, in mezzo a questo disastro, c’è un dato al quale bisogna aggrapparsi: mancano ancora 27 partite. Non un paio. Ventisette. C’è tutto il tempo per risalire. Per ritrovare una condizione atletica accettabile, per ricostruire un’identità tattica, per restituire fiducia a giocatori che sembrano aver dimenticato come si gioca a calcio. Ma il tempo, da solo, non risolve nulla. Servono lavoro, sacrificio, scelte coraggiose e una presa di coscienza collettiva.

Da oggi ogni allenamento deve diventare una battaglia. Ogni partita una finale. Ogni punto qualcosa da conquistare con le unghie e con i denti. E vorrei aggiungere una considerazione per chi, magari esasperato da questa situazione, arriva persino ad augurarsi la retrocessione. Attenzione a quello che si desidera. La Serie B non è una passeggiata, non è un purgatorio dal quale si risale automaticamente dopo dodici mesi. È un inferno. Un campionato durissimo, nel quale società importanti sono rimaste intrappolate per anni. Pensare che una retrocessione possa rappresentare una salutare ripartenza significa non conoscere fino in fondo i rischi che comporta. Così come sarebbe ora di smetterla con la storia del paracadute economico, quasi che scendere di categoria potesse rappresentare un vantaggio per i Pozzo. I ricavi televisivi della Serie A hanno un valore enormemente superiore e la perdita della massima categoria rappresenterebbe un danno sportivo ed economico pesantissimo. Credetemi, a Gino Pozzo non farebbe affatto comodo.

L’Udinese deve salvarsi. Punto. È dura. Durissima. Forse più dura di quanto chiunque potesse immaginare. Ma non è finita. Adesso, però, basta parole. Basta proclami. Basta Europa, basta ambizioni sbandierate, basta cercare alibi. C’è una sola missione: restare in Serie A. E per riuscirci servirà qualcosa che questa squadra, fino a oggi, ha mostrato troppo raramente: il cuore. Perché la qualità può anche bastare per salvarsi. Ma senza carattere, senza sacrificio e senza la voglia di combattere insieme, non basterà nemmeno quella. È il momento di svegliarsi. Prima che sia davvero troppo tardi.

Sezione: Editoriale / Data: Dom 08 novembre 2026 alle 16:16
Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
vedi letture
Stefano Pontoni
autore
Friulano, giornalista e direttore di Tuttoudinese.it. Vive lo sport tra stadio, trasferte e tastiera, raccontando ogni giorno il mondo bianconero tra cronaca, approfondimenti e passione. Sempre alla ricerca della notizia, senza mai perdere il legame con la gente e il territorio.