Eppure, dopo quanto visto contro la Roma, ho la sensazione che i numeri non raccontino fino in fondo la gravità della situazione. Perché il problema non è perdere contro la squadra di Gasperini. Ci può stare, eccome. La Roma è un’ottima formazione, organizzata, intensa, ricca di qualità e con ambizioni importanti. Il problema è come perdi. E l’Udinese, ancora una volta, ha perso nel peggior modo possibile.
Quattro gol subiti in 45 minuti, una difesa che sembra spalancare le porte agli avversari, un centrocampo incapace di opporre resistenza e una squadra che passeggia mentre gli altri corrono. Una prestazione da film dell’orrore, perfettamente in tema con Halloween. Peccato che, per i tifosi bianconeri, ci sia davvero poco da ridere.
Quello che più mi preoccupa, però, non sono nemmeno gli errori tecnici. Quelli capitano, soprattutto quando attraversi un periodo negativo. Mi preoccupa l’atteggiamento. O meglio, la sua totale assenza. Da settimane sentiamo parlare di reazione, di unità d’intenti, di necessità di ripartire tutti insieme. Parole, parole e ancora parole. Poi arriva il momento di scendere in campo e vediamo undici giocatori che sembrano non avere la minima idea di come affrontare la partita. Una squadra scollata, senza mordente, senza quella cattiveria agonistica che dovrebbe rappresentare il requisito minimo per chi si trova in una situazione del genere.
La Roma ha semplicemente fatto quello che doveva fare. Ha annusato la paura dell’avversario, ha capito che dall’altra parte non c’era resistenza e ha affondato il colpo. Quattro volte. Poi, con la partita già in archivio e la Champions League all’orizzonte, ha comprensibilmente abbassato i ritmi. E soltanto allora l’Udinese ha trovato il modo di segnare due reti e rendere meno umiliante il passivo. Una reazione tardiva che non può diventare un alibi. Anzi, per certi versi aumenta il rammarico: perché dimostra che, mettendoci qualcosa in più, questa squadra potrebbe almeno provare a competere.
Il punto è proprio questo: l’Udinese sembra aver smesso di crederci. E quando una squadra perde fiducia in se stessa, nel proprio allenatore e nel lavoro che sta facendo, la situazione diventa pericolosissima.
Adesso tutti gli occhi sono puntati su Kosta Runjaic. La sua panchina non è mai stata così traballante e le prossime 48 ore potrebbero segnare la fine della sua avventura friulana. Si attende l’arrivo a Udine di Gino Pozzo e Gianluca Nani da Londra, dove peraltro devono fare i conti con un’altra situazione tutt’altro che semplice. Il Watford è ventunesimo in classifica e ieri si è fatto rimontare dal Norwich, perdendo 3-2. Insomma, non è certamente un momento felice per la galassia Pozzo.
Ma sarebbe troppo comodo attribuire tutte le responsabilità all’allenatore. Runjaic ha le sue colpe, e sono evidenti. Tuttavia, anche i giocatori devono farsi un serio esame di coscienza. Perché certi atteggiamenti, certi errori e soprattutto certe mancanze sul piano dell’agonismo non possono essere giustificati con le scelte tattiche. Chi indossa la maglia dell’Udinese ha il dovere di lottare, correre, contrastare e dimostrare di voler uscire da questa situazione. Contro la Roma, per lunghi tratti, tutto questo non si è visto.
Il problema è che oggi non puoi cambiare venticinque giocatori. Puoi cambiare l’allenatore. È una legge non scritta del calcio, spesso ingiusta, ma inevitabile quando una situazione sembra ormai compromessa. E allora, se davvero la società ritiene che Runjaic non abbia più in mano la squadra, deve avere il coraggio di intervenire. Senza trascinare ulteriormente una situazione che rischia di diventare irreversibile.
Ma attenzione: cambiare allenatore non significa risolvere automaticamente tutti i problemi. Perché questa crisi nasce anche da lontano. E qui credo che la famiglia Pozzo debba interrogarsi seriamente su quanto costruito durante l’estate. Ci avevano raccontato che questa sarebbe stata una grande stagione. Che l’Udinese avrebbe potuto guardare all’Europa, che la squadra aveva le qualità per alzare l’asticella. Oggi, dopo appena dieci partite, siamo penultimi e dobbiamo cominciare a ragionare su come raggiungere il prima possibile quei benedetti quaranta punti. Altro che Europa.
Il mercato, a mio avviso, è stato costruito su troppi what if. Troppe scommesse, troppe condizioni da verificare, troppe speranze che tutto potesse andare per il verso giusto. E se Davis non fosse tornato quello dello scorso anno? E se Solet non avesse garantito lo stesso rendimento? E se Zaniolo avesse avuto bisogno di tempo per ritrovare la condizione migliore? Domande che evidentemente non hanno trovato risposte adeguate nella costruzione della rosa. Manca un’alternativa credibile a Davis, soprattutto per caratteristiche. Mancano muscoli e cervello in mezzo al campo, dove servirebbero qualità, personalità e capacità di dettare i tempi. Manca sicurezza in difesa, un reparto che sembra aver dimenticato persino i principi più elementari della marcatura. Non sono problemi nati ieri sera. Sono limiti strutturali che oggi, con i singoli lontani dal loro rendimento migliore, stanno emergendo in tutta la loro gravità.
E poi c’è Runjaic. Un allenatore che, a mio parere, si è progressivamente seduto sugli allori. Che ha forse creduto troppo presto di avere tra le mani una squadra pronta per grandi traguardi, lanciandosi in proclami che oggi suonano quasi surreali. Ma soprattutto un tecnico che, dopo tanto tempo, non è riuscito a dare all’Udinese un’identità di gioco riconoscibile. Perché questa è una costante che ci trasciniamo ormai da tre stagioni: l’Udinese gioca bene quando giocano bene i suoi uomini migliori. Quando Davis strappa, quando Solet domina, quando Zaniolo inventa qualcosa, allora la squadra può diventare pericolosa. Ma quando questi giocatori non rendono, cosa rimane? Troppo poco. Non si vede un’organizzazione offensiva capace di sopperire alle difficoltà individuali, non si vedono automatismi consolidati, non si vede una manovra che possa prescindere dall’iniziativa del singolo. E questo, dopo tutto il tempo trascorso sulla panchina bianconera, rappresenta una responsabilità precisa dell’allenatore.
Adesso, però, non c’è più tempo per discutere di ambizioni europee o di progetti a lungo termine. Venerdì al Penzo c’è il Venezia di Davide Nicola. Uno scontro diretto che, con questa classifica, assume già un peso enorme. E dall’altra parte ci sarà un allenatore che di partite da dentro o fuori, di salvezze complicate e di situazioni disperate ne ha vissute parecchie. Nicola sa perfettamente come preparare queste sfide. Sa che cosa chiedere ai suoi giocatori, sa come trasmettere quella fame che oggi sembra mancare completamente all’Udinese. Noi, invece, continuiamo a passeggiare. Quasi convinti di essere qualcosa di diverso da quello che racconta la classifica. Come se questa crisi fosse soltanto un incidente di percorso, destinato a risolversi da solo. Come se bastasse aspettare il ritorno del miglior Davis, del miglior Solet o del miglior Zaniolo per tornare improvvisamente competitivi. Ma il calcio non funziona così. E soprattutto non aspetta nessuno.
Le prossime ore ci diranno se Runjaic sopravvivrà anche a questa batosta oppure se la società deciderà di affidarsi a un nuovo allenatore. I nomi che circolano sono quelli di Paolo Zanetti, Roberto D’Aversa e Thiago Motta. Profili differenti, idee differenti, ma una missione comune: rimettere in piedi una squadra che oggi sembra aver perso completamente la bussola.
Non so quale sarà la decisione. So però che l’immobilismo, in questo momento, sarebbe la scelta più pericolosa. Perché servono provvedimenti, serve una scossa, serve qualcuno capace di restituire fiducia e soprattutto responsabilità a un ambiente che sembra essersi rassegnato troppo presto. E chissà che cosa starà pensando Gino Pozzo durante il volo da Londra a Ronchi dei Legionari. Forse ripenserà alle ambizioni estive, agli investimenti, alle scelte fatte e a quelle che avrebbe potuto fare diversamente. Forse si chiederà come sia stato possibile trasformare in appena due mesi una stagione annunciata come quella del salto di qualità in un incubo sportivo.
Una cosa, però, dovrebbe essere ormai evidente anche a lui: questa Udinese non ha bisogno di altre rassicurazioni. Ha bisogno di cambiare rotta. E deve farlo subito.
Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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