"Prima Pafundi, poi tutti gli altri". Era il 2022 quando Roberto Mancini pronunciò quella frase. Una provocazione, come lui stesso ha ammesso negli anni successivi: "Sì, fu una provocazione. Ma resta un mistero questo ragazzo: giovane, talentuoso, ha giocato un Mondiale Under 20 da protagonista a 18 anni, eppure non trova spazio in Serie A. È incomprensibile"

A distanza di anni, però, quel mistero è rimasto tale. Simone Pafundi è ancora fermo a poco più di 200 minuti in Serie A. Un talento riconosciuto da tutti, ma mai realmente valorizzato. E proprio questo rappresenta il punto di partenza per riflettere sul ritorno di Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale.

Mancini è probabilmente l'uomo giusto per ripartire. Lo dice la sua storia in azzurro, lo dice la capacità dimostrata nel primo ciclo di avere coraggio. Fu lui a convocare Nicolò Zaniolo quando nessuno lo conosceva. Fu lui a puntare su Mateo Retegui prima che diventasse un centravanti affermato. Fu lui a far debuttare ben 57 calciatori, più di qualsiasi altro commissario tecnico nella storia recente della Nazionale. Ha sempre cercato il talento, senza fermarsi all'anagrafe o ai pregiudizi.

Ma sarebbe un errore pensare che basti il ritorno di un commissario tecnico, per quanto bravo, a risolvere i problemi del calcio italiano. Il Mondiale ci ha lasciato una lezione che forse avremmo dovuto imparare già da tempo: non esiste l'uomo della provvidenza. Non basta il migliore allenatore del mondo per costruire una Nazionale vincente se tutto il sistema continua a produrre gli stessi limiti.

Il problema non nasce a Coverciano

Nasce molto prima. Nasce nei club, dove spesso il risultato immediato vale più della crescita dei giovani. Nasce in un campionato in cui i talenti italiani faticano a trovare continuità, mentre si preferiscono profili più pronti o più esperti. Nasce in una cultura calcistica che continua a chiedere coraggio ai commissari tecnici senza pretenderlo dalle società.

Pafundi è forse l'esempio più evidente. Se persino il giocatore indicato pubblicamente da Mancini come simbolo del futuro della Nazionale è costretto, tre anni dopo, a ripartire ancora una volta in prestito, questa volta dal Catanzaro, significa che il problema va ben oltre il Ct. E riguarda anche l'Udinese, che non è mai riuscita a costruire un percorso capace di valorizzarlo davvero in prima squadra.

Il ritorno di Mancini può rappresentare un nuovo inizio. La sua capacità di individuare il talento è fuori discussione, così come il coraggio di lanciare giovani quando li ritiene pronti. Ma perché quelle intuizioni producano risultati serve che il sistema faccia la sua parte.

La Federazione può indicare una direzione

Il commissario tecnico può convocare, responsabilizzare e dare fiducia. Ma sono i club che formano i calciatori, che decidono se farli giocare o lasciarli in panchina, che costruiscono o interrompono il loro percorso di crescita.

La Nazionale è soltanto l'ultimo anello della catena. Per questo il ritorno di Mancini va accolto con fiducia, ma anche con realismo. Il nuovo Ct può essere il volto della ripartenza, non la soluzione di tutti i problemi. Se il calcio italiano continuerà a non creare spazio per i propri talenti, nessun commissario tecnico potrà cambiare davvero il destino della Nazionale.

Prima Pafundi, poi tutti gli altri. Quella provocazione, oggi, suona ancora terribilmente attuale. E forse la vera domanda non è cosa farà Mancini, ma se il calcio italiano sarà finalmente disposto a seguirlo.

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Sezione: Editoriale / Data: Mer 29 luglio 2026 alle 00:16
Alessandro Vescini / Twitter: @alevescini00
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Alessandro Vescini
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Cresciuto a pane e sport negli anni 2000, racconto le realtà friulane tra campo e social. Il segreto? Mai smettere di aver voglia di imparare!