La Nazionale di basket femminile stava per compiere un'impresa contro l'Australia agli spareggi per i quarti di finale del Campionato del Mondo. Dopo aver sfiorato la vittoria contro gli USA, le Azzurre sono riuscite a rimontare da -26 fino ad avere la palla per forzare il supplementare all'ultimo secondo, finendo sconfitte per 80-82: tra le protagoniste di questa incredibile risalita c'è anche l'esordiente Vittoria Blasigh, friulana ed ex Women APU ora in forza alle UCF Knights, che ha raccontato in esclusiva a TuttoUdinese la sua esperienza iridata. 

Nel secondo tempo della sfida con l’Australia avete dato vita a una rimonta incredibile, tornando in parità dopo uno scarto di 26 punti. Cos’è scattato all’intervallo? È stata una questione più mentale o più tattica?

"Tra i due tempi la differenza l’ha fatta il cuore. Sappiamo che sulla carta siamo una squadra inferiore a tutte a livello fisico, ma abbiamo veramente tanto cuore e tanta anima e sappiamo giocare bene. Forse nei primi due quarti eravamo ancora un po' scioccate dalla partita con la Cina e dalla delusione della partita con gli USA. Coach Capobianco ci ha detto che dovevamo provare a reagire e anche noi volevamo comunque provare a dare tutto, se non altro per il rispetto per la maglia, per questo gruppo e per il pubblico. La rimonta è arrivata anche per questo, ovviamente poi dispiace per come sia finita".

Hai segnato 13 punti tirando 5/6 (seconda miglior performance offensiva dietro a quella di Verona) in una partita da dentro o fuori al tuo primo torneo da senior, dimostrando grandi personalità e responsabilità con la tripla pesantissima del -1 a pochi secondi dalla fine. Pensi che questo possa essere il giusto biglietto da visita per chi ancora non ti conosceva?

"Penso di si, anche perché sapevo che in un gruppo simile che veniva da una medaglia all’Europeo non avrei potuto trovare tanto spazio e che se avessi sbagliato qualcosa sarei tornata in panchina. Quando sono rientrata in campo negli ultimi minuti non avevamo più niente da perdere e volevo cercare di aiutare la squadra in ogni modo, provando a dare tutto perché volevo vincere. Ho provato il tiro da tre e ho avuto la fortuna che sia entrato, ma vuol dire molto quando riesci a sfruttare le opportunità che ti vengono concesse. Ho sempre giocato molto anche a livello giovanile e so che quando sei in campo non hai sempre tante opportunità, quindi bisogna cercare di fare le piccole cose, dando il massimo in difesa e fare le cose che magari sembrano scontate ma non lo sono. Il gruppo aiuta molto, perché ha sempre avuto fiducia nel mio tiro e mi ha spinto a provarlo più spesso: senza queste compagne quel tiro sarebbe stato molto più difficile".

All’esordio in Nazionale maggiore ti sei trovata subito su uno dei palcoscenici più importanti, affrontando le migliori giocatrici del mondo. C’è stato un momento in cui hai pensato “ecco, sono davvero al mondiale”? Qual è il momento che ti ha dato il “benvenuto”?

"Credo di essermene resa conto quando sono entrata per la prima volta in campo, vedendo tutti quei tifosi. In particolare la partita con gli USA è stata qualcosa davvero di pazzesco: avevamo più di 12.000 italiani, erano venuti anche a trovarci nel nostro hotel, è stata una cosa pazzesca anche per me che gioco in America dove c’è sempre molto pubblico. Da italiana a Berlino, fa un altro effetto: giocare in un gruppo fantastico davanti a tutto quel pubblico è stato davvero bellissimo, non riuscivo a crederci, un'emozione incredibile".

Com‘è stato inserirsi in un gruppo così solido di giocatrici reduci da esperienze importanti come il Bronzo all’Europeo dell’anno scorso?

"Ero arrivata con un po’ di timore perché ero nuova, ovviamente sapevo chi erano ma non conoscevo personalmente nessuna di loro se non Matilde Villa, con la quale ho giocato nelle nazionali giovanili. Le mie compagne in realtà sono state davvero fantastiche, mi hanno aiutato moltissimo anche in campo con gli schemi: coach Capobianco è uno che vuole sempre vincere e magari dà per scontato alcune cose, ma mi hanno aiutato a stare sempre sul pezzo. Anche fuori dal campo è stato come se ci conoscessimo da molto tempo, mi sono trovata davvero bene con loro".

La tua storia prima di arrivare alla Nazionale maggiore e alla NCAA è partita dal Friuli: quanto c’è della Vittoria che giocava a Udine in quella che veste il numero 55 in azzurro? Quanto invece le esperienze all’estero ti hanno cambiato come giocatrice e come persona?

"Udine è stata la mia casa dove ho iniziato a giocare e sono super grata di aver avuto questa opportunità. I tre anni negli USA mi hanno aiutato dal punto di vista fisico, ma mi hanno dato anche più esperienza e una mentalità diversa. Ho imparato tante cose, dal dare sempre tutto al fare le cose sempre al 100%, ma anche a fare lavoro extra e andare sempre in palestra. Quando ero a Udine mi deprimevo un po' di più se sbagliavo qualche tiro, invece adesso so che la mentalità è orientata alla prossima azione".

Sempre più giovani si trasferiscono ai college negli Stati Uniti per studiare e giocare, grazie anche all’entrata in vigore del sistema NIL: qual è un consiglio che daresti loro?

"Sicuramente consiglierei a tutti di provare questa esperienza, perché è qualcosa che in Europa è difficile trovare, pur conoscendo realtà come quella spagnola. È un’esperienza altamente formativa, ma richiede anche tanto lavoro, quindi ovviamente è necessario andarci con la consapevolezza che anche solo gestire la giornata non è facile: tra le lezioni e allenamenti alle 6 di mattina ci sono tanti sacrifici da fare, ma vengono poi tutti ripagati. Al mio primo anno a South Florida ho fatto tanta fatica, soprattutto a livello fisico, perché non ero preparata a quel tipo di lavoro, infatti dopo dieci giorni ho detto “mollo tutto!” [ride]. È molto importante andare là con una mentalità positiva, perché piano piano ti abitui a questo sistema, poi vai in un paese che è il top per questo sport; inoltre è sempre bello secondo me confrontarsi anche con diversi stili di gioco e capire anche come altre nazioni lavorano. C’è maggior attenzione e rispetto per il basket femminile, grazie anche a giocatrici come Caitlin Clark o Paige Bueckers, poi con il sistema NIL è forse uno dei migliori momenti per andare là. In generale, rispetto all'Europa, negli USA non vieni penalizzato se sei uno sportivo, ma se ti impegni le università cercano di aiutarti a raggiungere i tuoi obiettivi e a trovare un equilibrio tra lo studio e lo sport. Secondo me chi sceglie di fare entrambe le cose dovrebbe essere valorizzato e non penalizzato. L'opportunità di prendere una laurea è comunque importante, così come quelle di imparare una nuova lingua e di conoscere nuove persone: è un'esperienza che ti porti sempre nella vita".

Finito il Mondiale, tra non molto ripartirai per gli Stati Uniti dove sei all’ultimo anno di college all’University of Central Florida: cosa ti porti da questa esperienza?

"Direi due cose in particolare: la prima è la possibilità di confrontarmi con giocatrici forti e anche di allenarmi con ragazze che giocano quasi tutte in Eurolega, che mi ha aiutato molto anche a livello di letture in campo; la seconda invece è l’emozione di aver vissuto un'esperienza così che non dimenticherò mai".

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Sezione: Esclusive / Data: Ven 11 settembre 2026 alle 18:00
Francesco Maras / Twitter: @francescomaras
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Francesco  Maras
autore
Appassionato fin da piccolo di sport e comunicazione, collabora con Tuttoudinese.it seguendo soprattutto il basket. Tra articoli, interviste e contenuti multimediali, racconta le storie e i protagonisti dello sport del territorio, convinto che dietro ogni partita ci sia sempre qualcosa di più del risultato finale.