Valerio Bertotto farà per sempre parte della storia dell'Udinese e rimarrà una bandiera della società friulana in eterno. Udine ha dato molto a Bertotto e questo legame indissolubile resterà, anche ora che Bertotto ha intrapreso la sua carriera da allenatore e ha smesso con il calcio giocato da moltissimi anni (nel 2009). Nonostante ciò, il classe 1973 rimane ancora tutt'oggi nei cuori dei tifosi bianconeri e viene ricordato come un simbolo di attaccamento, dedizione e impegno per quanto fatto ai tempi con l'Udinese.
I ricordi di Bertotto ai tempi dell'Udinese
Valerio Bertotto rimane uno dei simboli dell'Udinese per l'attaccamento dimostrato ai colori bianconeri e i tifosi tutt'ora lo apprezzano per quanto fatto dentro e fuori dal campo. Lo storico capitano è stato intervistato nel programma "Road to... Fair Play: la Cultura Sportiva", realizzato in collaborazione con TuttoUdinese.it, ha ricordato un aneddoto molto importante che lo ha segnato e gli ha permesso di fare carriera e vuole essere un insegnamento per tutti quei giovani ragazzi che sognano di diventare un calciatore professionista:
“Avevo 20-21 anni quando sono stato lanciato da titolare in Serie A con Zaccheroni e ricordo anche che alcune volte piangevo perché spesso il dito era rivolto a me per qualsiasi errore e ci rimanevo male. Questo aneddoto lo ricordo con piacere ed è stato un esempio di vita che mi ha aiutato a crescere. Dopo un po' di volte, mi confrontai con il mister perché non poteva essere sempre colpa mia per qualsiasi cosa e Zaccheroni mi fece riflettere sul fatto che lui mi rompeva tanto le scatole in continuazione perché per lui ero importante, ci teneva a me e sapeva che avrei potuto fare ancora meglio, dare di più se lui mi avrebbe tenuto sempre sugli attenti. Questo mi è servito e sono migliorato tantissimo anche per merito suo. Questo deve essere d’insegnamento anche per i più giovani per poter sfruttare questa cosa per migliorare e imparare ad ascoltare anche i rimproveri e diventare più forte grazie anche a quelli”.
Le bandiere non esistono più nel calcio d'oggi
Un tema importante che è stato toccato da Bertotto riguarda il fatto che le bandiere nel calcio non ci sono più e questo penalizza molto perché i ragazzi non si identificano più in qualcuno:
"Non me lo sarei mai aspettato di diventare una bandiera dell'Udinese. Tutti mi dicevano che avrei dovuto studiare, come giusto che sia che è la cosa più importante, e di non armi troppe aspettative. Tanti dicevano che non c’è l’avrei fatta, ma io do sempre il massimo quando mi impunto e ho potuto realizzare il mio sogno. Ovviamente il salto dalla Serie C con l’Alessandria fino alla Serie A con l’Udinese non è stato facile, ma da lì sono partito e sono diventato quello che sono tutt'oggi . Ormai la figura della bandiera è passata di moda e mi dispiace, è un peccato perché in tante realtà chi ha fatto il percorso di un certo profilo è diventata una persona che ha lasciato il segno, come capitato ad esempio a Del Piero nella storia della Juventus e tanti altri. A me fa piacere quando per strada mi salutano, mi riconoscono ancora come il loro capitano e questo senso d’appartenenza unisci la società ai vari tifosi e i giovani ragazzi che iniziano a giocare a calcio. Ora si disperde questo sentimento e, aziendalmente parlando, non lo trovo affatto giusto”.
Il legame tra Udine e Bertotto
Valerio Bertotto ha dato molto all'Udinese, ma anche Udine ha dato altrettanto a lui e praticamente è diventata la sua casa:
"L'Udinese mi ha lanciato nel calcio che contava da ragazzino e mai avrei pensato che sarei potuto diventare più friulano che piemontese perché questa è la verità dei fatti. Udine è diventata la mia città da più di 30 anni e praticamente è la mia casa, tralasciando poi le mie varie esperienze professionali da allenatore che mi hanno portato in altre città. Mi sento friulano al 100%, tenendo ovviamente salde le mie radici perché ci tengo alla famiglia".
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