La crisi della Nazionale Italiana non nasce dal nulla. Non è il frutto di una sola gestione sbagliata o dell’errore di un CT, ma la conseguenza naturale di un sistema che non sa, o peggio non vuole, valorizzare i propri giovani. E il caso emblematico, uno su tutti, è quello di Simone Pafundi.
Talento riconosciuto a livello nazionale e internazionale, classe 2006, da tempo indicato come una delle promesse più fulgide del nostro calcio. Eppure, da quando è esploso agli occhi del grande pubblico, il campo lo ha visto pochissimo. Prima con Sottil, poi con Cioffi, nel mezzo l'avventura non troppo fortunata al Losanna e infine con Runjaic: qualche scampolo di partita, qualche minuto qua e là, troppo poco per costruire fiducia, esperienza, personalità.
Il paradosso è evidente. Quando un talento italiano sembra poter finalmente emergere, la narrazione esplode: titoli, prime pagine, paragoni illustri, convocazioni premature in Nazionale maggiore. Ma poi, finita l’euforia iniziale, quei ragazzi si ritrovano a scaldare la panchina, oscurati da stranieri più esperti (o presunti tali), che garantiscono maggiore “affidabilità” per l’immediato. Come se un giovane italiano, per diventare forte, dovesse già esserlo prima ancora di essere messo alla prova.
Pafundi è il perfetto emblema di questo cortocircuito. All’Udinese, mai una vera occasione da titolare con continuità, mai la possibilità di sbagliare per crescere, come invece è concesso ai giovani in altri Paesi. E non basta il talento per emergere: serve fiducia, tempo, progettualità. Serve qualcuno che creda in te, che ti dia le chiavi per imparare ad affrontare le responsabilità.
Come si può valutare un ragazzo senza farlo giocare? Dagli allenamenti? Dall'intensità nei cinque minuti finali di una gara già segnata? È impossibile capire se un giovane è pronto senza metterlo davvero alla prova. E questo vale per Pafundi come per tanti altri ragazzi sparsi per la Serie A.
Certo, Pafundi è ancora giovanissimo. Il tempo è dalla sua parte. Ma il tempo, nel calcio, non è mai infinito. Ogni stagione passata ai margini è un’occasione persa. Ogni giovane lasciato a “maturare” in panchina è un potenziale talento bruciato. E così, quando poi la Nazionale si scopre senza ricambi, senza qualità, si grida allo scandalo. Ma la verità è che i talenti anche ci sarebbero, semplicemente non vengono coltivati.
Basta guardarsi intorno: in Francia, Germania, Inghilterra, i giovani giocano. Sbagliano, certo. Ma lo fanno dentro al campo. In Italia invece si resta prigionieri del risultato immediato, della paura di rischiare, della diffidenza verso i “nostri”. E così la crisi della Nazionale diventa la fotografia fedele di un intero movimento che ha perso coraggio. Il coraggio di scommettere, di innovare, di costruire. Non basta più piangere i Mondiali mancati o indignarsi per gli allenatori cambiati: bisogna cambiare il sistema dalle fondamenta, dando finalmente spazio e fiducia ai giovani.
A partire da Simone Pafundi. Prima che sia troppo tardi.
Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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