C’è un silenzio che fa più rumore di qualsiasi dichiarazione. Quello di Kosta Runjaic, allenatore dell’Udinese, alla domanda diretta post-Monza su Alexis Sanchez: "Non voglio commentare la scelta di aver lasciato Sanchez in panchina tutta la gara". Un silenzio che, nel calcio, ha il peso specifico di una frattura. Tra allenatore e giocatore. Tra guida tecnica e tifosi. Perché quello che si sta consumando sotto gli occhi di tutti è un caso. E non è più possibile ignorarlo.
I fatti: Sanchez, ancora una volta dimenticato. Anche contro il Monza, ultima in classifica e già retrocessa, il Nino è rimasto seduto per 90 minuti, relegato a spettatore non pagante di una delle peggiori prestazioni casalinghe dell’Udinese negli ultimi anni. I cori della Curva Nord che invocavano il suo ingresso, gli applausi finali riservati solo a lui quando è andato a ringraziare il pubblico: gesti che hanno fotografato un sentimento diffuso, quello di una piazza che non capisce — e non accetta — questa esclusione sistematica.
La gestione del cileno da parte di Runjaic è apparsa non solo opinabile ma persino irrispettosa. Nessuno nega che Sanchez oggi non sia più il fuoriclasse devastante che fu a Udine nella prima era Pozzo, che in stagione — a parte qualche sprazzo, come contro l’Atalanta — non abbia inciso quasi mai e che la sua condizione, visto il grave infortunio patito ad inizio stagione non sia delle migliori. Ma non è questo il punto.
Il problema non è tecnico. È umano. Nel calcio, ogni allenatore ha il sacrosanto diritto di fare le proprie scelte, e a pagarne le conseguenze, nel bene o nel male, è sempre lui. Nessuno chiede a Runjaic di stravolgere i propri principi. Ma escludere Sanchez da ogni rotazione, senza un motivo chiaro, anche quando l’Udinese è già salva e priva dei suoi due principali attaccanti (Thauvin e Lucca), va ben oltre la mera valutazione tecnica. È una questione di rispetto. Per un giocatore che si allena tutti i giorni con professionalità, che ha fortemente voluto tornare in Friuli, che ha un legame autentico con la piazza e la maglia, che ha accettato un ingaggio più basso di quel che avrebbe potuto percepire altrove pur di chiudere un cerchio emozionale con l’Udinese. E che ad oggi, a due giornate dalla fine del campionato, ha raccolto appena 349 minuti.
Runjaic può anche non vedere Sanchez. Può preferire scommettere su giocatori giovani, futuribili. Ma allora perché continuare a schierare Davis, reduce da due anni di infortuni e ormai evidentemente lontano dalla forma migliore, e non Iker Bravo (altro giocatore la cui gestione è rivedibile)? Perché non dare spazio nemmeno in partite “senza peso specifico”, se non per dimostrare a tutto il gruppo che certi valori vanno riconosciuti e premiati?
Il punto più basso è arrivato con il “no comment” in conferenza stampa. Una mancanza di rispetto verso chi fa domande per conto di tifosi che meritano risposte. In un club storico come l’Udinese, non si può glissare con arroganza, soprattutto quando si parla di una figura come quella di Sanchez. Non si può fare finta di nulla. Non si può delegittimare l'intelligenza degli osservatori e il sentimento del pubblico.
Insomma epilogo triste per una storia che meritava un’altra fine. Alexis Sanchez non è più il Niño Maravilla. Ma è ancora Alexis Sanchez, e questo basta per meritarsi un’altra gestione. Bastava dargli minuti, emozioni, magari un ultimo gol sotto la curva. Un piccolo tributo per un grande ritorno. Per chi ha creduto che l’Udinese potesse essere anche casa. Invece, si rischia di chiudere una storia bella con l’amarezza di un addio in silenzio. E senza una vera spiegazione.
Autore: Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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