La carriera di Nicolò Zaniolo non è stata sempre semplice, anzi. Sono stati più i periodi difficili che quelli di gioia. Ma il classe 1999 non si è mai dato per vinto e finalmente ha trovato la sua pace. "Arriva un momento in cui ti guardi allo specchio e dici: 'Vuoi continuare a essere un ragazzino, oppure dimostrare che hai anche una testa pensante?'. Il cacio mi dava angoscia, a Udine ho ritrovato il sorriso" dice Zaniolo nell'intervista rilasciata al settimanale della Gazzetta dello Sport, lo Sport Week.

Un ragazzo che è arrivato a Udine in punta di piedi, con quella voglia di dimostrare agli scettici e ai giudicanti che nella vita si può cambiare. Si matura, si cresce. Lui lo ha dimostrato in campo e lo ha dimostrato nella vita privata. Fin da bambino non è sempre stato semplice da gestire, tant'è che una cosa che lo ha accompagnato da sempre è l'essere iperattivo: "Mi ha accompagnato per tutta l'infanzia. Sono sempre stato un bambino, e poi un ragazzo, pieno di energia. Ero a duemila all'ora tutto il giorno. Per i miei è stato veramente molto difficile tenermi a basa, tant'è che mi facevano praticare ogni tipo di sport per stancarmi e scaricarmi".

"Sulla fronte si vedono ancora i 15 punti di sutura che mi misero dopo due brutte cadute. La prima cicatrice risale a quando andai a sbattere col triciclo contro l'angolo di una parete, la seconda è il risultato di una botta contro una panca di marmo". 

Poi l'equilibrio, che in alcune fasi della sua vita è mancato ma che ha via via imparato a conoscere: "È una parola che ho imparato a conoscere e capire col tempo. Anni fa ero molto emotivo, istintivo, umorale. Quando le cose andavano bene ero al settimo cielo, anche troppo; viceversa, se andavano male mi sentivo tanto giù. Oggi, quando mi gira bene, non penso di essere diventato chissà chi; nei momenti negativi, non mi abbatto più di tanto. L'equilibrio è fondamentale nel calcio come nella vita e io sono sulla buona strada". 

"Non mi sono mai fatto aiutare. Non mi piace andare a raccontare i miei problemi a gente che non conosco e di cui istintivamente non mi fido, con tutto il rispetto per i professionisti. Ho sempre parlato con la mia famiglia, con le persone che mi stanno accanto e mi vogliono bene, ma l'equilibrio l'ho raggiunto passando attraverso gli errori che ho commesso. Arrivi a un certo punto che ti guardi allo specchi e chiedi a te stesso: 'Cosa vuoi fare nella vita? Continuare a essere il solito ragazzino e un eterno incompiuto? Oppure vuoi cominciare a farti vedere dagli altri non soltanto come un giocatore forte, ma che ha pure una testa pesante?'".

"Oggi ho due figli piccoli e per loro sono un esempio come mio padre lo è stato per me. Non potevo continuare in una certa maniera e dovevo trovare una soluzione a certi miei comportamenti sbagliati".

Sugli errori del passato, c'è una cosa in particolare che farebbe diversamente: "Non ci sono errori più grandi ed errori più piccoli. Un errore è un errore. Certo, se tornassi indietro mi lascerei in maniera meno brusca, meno violenta, con Roma, intesa come società, ambiente, tifosi. Roma e la Roma mi hanno accolto quando non ero nessuno e mi hanno cresciuto. La Roma mi ha fatto esordire in Champions, Roma città mi ha dato mia moglie Sara e il primo figlio. Insieme ci siamo divertiti, abbiamo esultato per la vittoria in Conference League, conquistata con un mio gol. Mi dispiace per come è finita. Se tornassi indietro, sarebbe la scelta che non rifarei". 

Poi, la parola rabbia: "È una parola che non mi appartiene. Sono una persona poco rancorosa. Quando litigo con Sara, mi arrabbio per cinque-dieci minuti, poi mi passa. Ecco, quei 5-10 minuti di nervoso devi imparare a gestirli meglio. Devo essere meno fumantino, e invece respirare e pensare un po' di più". 

Qualcosa, comunque, lo fa arrabbiare: "Mi fanno arrabbiare le persone false, ipocrite. Quelle che davanti fanno la faccia bella e alle spalle ti accoltellano, parlano male di te. È qualcosa che non riesco a digerire. Io sono onesto, sincero, schietto. Se devo dire qualcosa contro qualcuno, la dico al diretto interessato, in faccia. Se c'è una cosa di cui vado orgoglioso, è poter guardare tutti dritto negli occhi".

La pazienza: "È la chiave dei grandi successi. Pazienza è aspettar il proprio turno e saperlo cogliere. La mia carriera è stata un exploit iniziale, come un aereo che decollava e non atterrava mai. Poi ho dovuto fare i conti con due brutti infortuni, dunque con le prime, vere difficoltà e con un'amara realtà: tante persone che fino a quel momento cìerano state, pian piano si defilavano, a riprova che mi erano vicine solo per interesse. Pazienza è stare fuori, alle prese con la riabilitazione, a vedere gli altri giocare". 

Sulla maturità, invece, questo è il suo pensiero: "La maturità viene con gli anni, le esperienze - positive e negative - gli errori. Io, alla completa maturità, ancora non sono arrivato. Oggi ho 26 anni e sento dire che Zaniolo è maturato, è migliorato. Io sono consapevole che sto facendo dei miglioramenti, ma non si smette mai di imparare e di maturare. Certi errori non si ripeteranno, ma non mi sento ancora un uomo maturo".

Zaniolo, poi, è stato diverse volte alle prese con i pregiudizi: "Di pregiudizi sulla mia persona ne ho sofferti tanti, anche per colpa mia. In Italia il pregiudizio è all'ordine del giorno: di una persona si guarda più la copertina che l'interno. Ho imparato a convivere con l'etichetta di bad boy, di ragazzo senza una testa, che pensa solo a divertirsi... Sono cose che fanno soffrire perché penso che chiunque, a vent'anni, si sia divertito e abbia fatto le sue cavolate; il fatto è, che essendo io un personaggio pubblico in una piazza come Roma che ingigantisce un po' tutto, si è creata questa nomea di cattivo ragazzo".

"Mi conforta sapere che le persone di calcio con le quali ho parlato mi hanno detto: "Prima di conoscerti magari mi stavi antipatico, ma adesso ho capito che sei totalmente diverso da come ti hanno descritto".

Il dieci bianconero è stato definito come il calciatore più odiato d'Italia, ma lui risponde così: "Dove c'è odio, c'è anche amore. Se a Roma nei miei confronti c'è un po' di odio, è perché c'è stato tantissimo amore. In generale, credo di essere indifferente a pochi". 

Poi Udine, dove di amore ce n'è parecchio nei suoi confronti, molto più delle città in cui si è trovato dopo aver lasciato Roma e prima di approdare in Friuli: "In questi ultimi anni non ho reso abbastanza, è vero, ma per colpa esclusivamente mia. D'altra parte, l'amore te lo devi conquistare con le prestazioni in campo e gli atteggiamenti fuori. Non credo che, al mio primo giorno a Udine, tutti mi amassero. Su di me c'erano un po' di dubbi e perplessità, erano comunque 2-3 anni che giocavo poco o niente, l'etichetta che mi portavo dietro non era positiva, ma fin dall'inizio ho promesso che avrei sudato la maglia come mai e il resto, amore compreso, è venuto di conseguenza". 

Poi la parola paura, che Zaniolo afferma essere per lui uno stato d'animo, un sentimento sconosciuto: "Sono sincero, peggio dei due crociati rotti nel calcio non può succedermi nulla". 

"Ho temuto di non tornare quello di prima, ma gli infortuni vanno messi in preventivo. Se in 15-20 anni di carriera non ti capita niente, vuol dire che sei baciato dal Signore. All'inizio, però, è stata dura accettarli. Il primo l'ho pres come una sfida: ritornerò più forte di prima, mi dicevo. Il secondo, invece, me l'ha fatta venire, la paura di non riprendermi completamente. Sono stato bravo a lavorare tantissimo aspettando il momento giusto per rientrare in campo".

Ma non si sente lo stesso Zaniolo di prima, perché il cambiamento è comunque parte del processo: "Forse sono diverso. Prima ero un giocatore più istintivo, più di forza, di gamba, di scatto, giocavo meno con la squadra. Ora mi ritengo capace di fare la scelta, la giocata più giusta, aggiungendo una rincorsa in più per aiutare il compagno. Sono più razionale. Quale preferisco, tra il giocatore di adesso e quello di prima? Quello di adesso".

E infine, a 26 anni..o la va o la spacca? "Ma no. Sono giovane, sono felice a Udine, sono tornato a divertirmi, ad amare il calcio dopo che negli ultimi anni l'avevo un po' messo da parte perché mi stava dando solo delusioni e lo vivevo come un'angoscia. Oggi non penso a quello che sarà, ma a quello che è. E mi basta". 

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Sezione: Notizie / Data: Sab 16 maggio 2026 alle 08:37
Autore: Stefania Demasi
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