Provate a immaginare un quintetto con Luca Vitali in regia, Marco Belinelli sul perimetro, Gigi Datome e Danilo Gallinari sulle ali e Andrea Bargnani sotto canestro. Nomi che raccontano da soli un’epoca della pallacanestro italiana, talenti destinati a costruire carriere importanti tra Serie A, Eurolega e NBA. Michele Antonutti di quella generazione ha fatto parte, condividendo allenamenti, partite, ambizioni e la responsabilità di indossare la maglia azzurra. Un dettaglio che oggi, forse, tendiamo a dimenticare quando lo incontriamo al Carnera, impegnato nelle attività dell’APU Udine, sempre disponibile per una fotografia, una stretta di mano o una chiacchierata con i tifosi.

Eppure, prima di diventare il volto familiare della pallacanestro bianconera, il Cigno di Colloredo è stato uno dei protagonisti di una stagione particolarmente ricca di talento per il basket italiano. Quasi vent’anni trascorsi sui parquet della Serie A e circa ottanta presenze con la Nazionale, tra selezioni giovanili e squadra maggiore, raccontano la dimensione di una carriera che merita di essere ricordata anche oltre i confini friulani.

L’occasione è arrivata ieri sera al Black Stuff di Udine, storico ritrovo degli appassionati di basket, dove Antonutti ha ripercorso le tappe della propria esperienza in azzurro in occasione dello svelamento della maglia celebrativa a lui dedicata per il centenario di Italbasket. Una serata costruita attorno ai ricordi, alle fotografie e agli aneddoti di una carriera che ha attraversato un periodo di grandi trasformazioni della pallacanestro italiana.

Tra i passaggi più significativi del racconto, Antonutti ha voluto ricordare il ruolo determinante avuto da Cesare Pancottonella sua crescita cestistica e nell’approdo in Nazionale: "Grazie a Pancotto sono arrivato in azzurro", ha spiegato, riconoscendo il contributo dell’allenatore che ha accompagnato una fase fondamentale della sua maturazione sportiva.

Da lì, il percorso con le selezioni nazionali e l’opportunità di confrontarsi con alcuni dei migliori talenti della propria generazione: "Una maglia vestita all’epoca dei grandi talenti del nostro basket", ha ricordato Antonutti, tornando agli anni delle Nazionali giovanili e a quel gruppo di giocatori che avrebbe poi scritto pagine importanti della storia cestistica nazionale.

Ma tra le tante esperienze vissute con la maglia dell’Italia ce n’è una che, a distanza di anni, conserva un posto speciale nella sua memoria: "Il ricordo più bello? Il tour americano con la Nazionale". Un’esperienza rimasta impressa non soltanto per il valore sportivo, ma anche per tutto ciò che rappresentava per un giovane giocatore italiano chiamato a confrontarsi con il mondo della pallacanestro statunitense.

E quando il discorso si è spostato sui cimeli custoditi dopo tanti anni di carriera, Antonutti ha regalato un altro aneddoto particolarmente curioso e ieri sera messo orgogliosamente in mostra: "Il cimelio? Le scarpe Nike di Kobe con il baffo azzurro che mi prepararono per giocare". Un paio di scarpe speciali, legate a uno dei nomi più iconici della storia del basket mondiale, diventate per Antonutti un ricordo personale della propria esperienza con la Nazionale.

Era un altro basket, ma soprattutto un’altra Serie A. Un campionato che poteva vantare stranieri di altissimo livello, talenti italiani destinati all’NBA e una competitività diffusa che oggi appare lontana.

"Nella mia prima epoca Snaidero la Serie A era il secondo campionato dopo l’NBA, con stranieri fortissimi e alcuni dei talenti italiani più forti di sempre". ha raccontato l’ex capitano, evidenziando come il divario economico tra le società fosse allora meno marcato rispetto a quello attuale.

E proprio il rapporto con i più giovani rappresenta forse l’aspetto più interessante della seconda vita sportiva di Antonutti. Perché Udine ha avuto tanti ottimi giocatori, ma non tutti sono riusciti a diventare parte dell’identità cestistica della città. Antonutti ci è riuscito attraversando stagioni, società e categorie differenti, senza mai perdere quel legame con il territorio che lo ha reso uno dei personaggi più riconoscibili del basket friulano.

Dalla Snaidero dei suoi primi anni in Serie A fino all’esperienza con l’APU, culminata anche nella conquista della Coppa Italia di Serie A2 nel 2022, il suo percorso ha accompagnato due epoche profondamente diverse della pallacanestro udinese. La maglia numero 9 indossata in occasione del trionfo di Roseto, presente durante la serata, è uno dei simboli di questa continuità.

Oggi, con l’APU tornata stabilmente a confrontarsi con la massima serie, Antonutti ricopre il ruolo di brand ambassador del club del presidente Alessandro Pedone. Un incarico che, nel suo caso, va ben oltre la rappresentanza istituzionale.

Antonutti è la memoria sportiva di un ambiente che ha ritrovato la Serie A e che deve imparare a custodire la propria storia mentre costruisce il futuro. È il collegamento tra chi frequentava il Carnera ai tempi della Snaidero e chi oggi si avvicina per la prima volta al basket attraverso l’APU. Tra i tifosi che ricordano le sue partite da giocatore e i bambini del MiniAPU che lo conoscono come uno dei volti della società. Ed è proprio qui che la sua figura acquista un valore particolare. Per un giovane atleta, poter incontrare e ascoltare qualcuno che ha condiviso il parquet con i migliori talenti italiani della propria generazione, che ha vestito la maglia della Nazionale e che ha costruito una lunga carriera professionistica significa avere davanti un esempio concreto. Non un campione distante, ma una persona che continua a frequentare la palestra, il palazzetto e gli stessi luoghi in cui crescono i ragazzi di oggi.

Del resto, il messaggio che Antonutti ha voluto consegnare alla squadra attuale va esattamente in questa direzione: "Ricercate il più possibile il senso di appartenenza che ha sempre avuto questa squadra: ci sono grandi giocatori sul piano caratteriale e Udine è sempre stata una grande tra le piccole". Un concetto che merita attenzione. Perché nell’attuale Serie A, dove le differenze di budget e di struttura possono diventare determinanti, Udine deve costruire la propria competitività anche attraverso qualcosa che non si acquista sul mercato: la capacità di riconoscersi in una maglia, in una città e in una storia comune.

Antonutti lo sa bene. Ha vissuto il basket udinese quando la Serie A era una consuetudine, ha conosciuto le difficoltà di un movimento che ha dovuto ricostruirsi e ha contribuito, da capitano, a scrivere alcune delle pagine più significative del percorso dell’APU. Oggi continua a farne parte con un entusiasmo che, come ha spiegato lui stesso, rappresenta la parola chiave della sua vita dopo il ritiro.

La maglia azzurra celebrata al Black Stuff racconta ciò che Antonutti è stato per la pallacanestro italiana. Il suo impegno quotidiano con l’APU racconta invece ciò che continua a essere per Udine. E forse è proprio questo il riconoscimento più importante per un giocatore: non soltanto essere ricordato per i canestri segnati, ma continuare ad avere qualcosa da trasmettere anche quando il cronometro della propria carriera si è fermato.

Sezione: Focus / Data: Ven 23 ottobre 2026 alle 16:42
Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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Stefano Pontoni
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Friulano, giornalista e direttore di Tuttoudinese.it. Vive lo sport tra stadio, trasferte e tastiera, raccontando ogni giorno il mondo bianconero tra cronaca, approfondimenti e passione. Sempre alla ricerca della notizia, senza mai perdere il legame con la gente e il territorio.