La storia tra la UEB Cividale ed Eugenio Rota è terminata solamente a livello sportivo, ma il legame emotivo che c'è tra le due parti rappresenta un qualcosa che non potrà mai essere cancellato. Il playmaker ha deciso di lasciare il Friuli per trasferirsi alla Sebastiani Rieti e lascia i ducali dopo ben sei stagioni. Un addio molto sentito per colui che è stato il capitano, oltre che la vera anima di una squadra che ha saputo andare oltre i propri limiti.

Dopo i vari annunci di Pillastrini e Micalich, questa volta è stato proprio Rota a prendere iniziativa e ha deciso di scrivere una lunga lettera a tutto il mondo Gesteco, che ha cambiato la sua vita professionale e non. Ecco la lettera pubblicata dal classe 1999 sui propri social:

"Se dirsi addio è una forma di rispetto assoluto….
Sono arrivato a Cividale che avevo 21 anni.
Per la mia brutta tendenza a minimizzare qualsiasi cosa faccia mi sembra che non sia successo niente, che io sia lo stesso di 6 anni fa. Ma non è così. Quella volta sono entrato in un palazzetto abbandonato da vent’anni, tra facce dubbiose e scure. C’erano però due fari a illuminarci. Avevano qualche ruga, uno stomaco impressionante ma l’entusiasmo di bambini a cui hanno appena dato in mano la bacchetta magica. E forse non ce lo hanno mai detto ma era proprio così. Ho seguito il bagliore per i cunicoli del PalaGesteco, pancia a terra, ero in trincea, accanto a compagni prima sconosciuti poi fratelli, spalla contro spalla ci aiutavamo e seguivamo la luce. Le due stelle. E così è iniziato un viaggio folle. Leoni, pirati, querce, uomini radice, muri invalicabili, gorilla gibboni e scimpanzè, guerrieri millenari. Più tempo passava più persone incontravo, e tante mi lasciavano un pensiero, uno sguardo, un fondamentale incoraggiamento per il lungo tragitto. Io cercavo di farne tesoro e sempre più ricco e pesante proseguivo. I paesaggi all’inizio aridi si animavano, luoghi ameni, popolati da tribù sempre più numerose e colorate. Erano a migliaia. Ma ormai anche noi eravamo tantissimi. E tutti proseguivamo per il tragitto, compatti, ormai visceralmente legati, rinsaldati dai chilometri percorsi. I nostri astri sapevano perfettamente come tenerci uniti. La loro luce, seppur a volte fioca e impercettibile, tornava sempre a splendere. La notte, stremato dal dolore dello speciale legno che calpestavamo ogni giorno, nella tenda, una magica ninfa dalla criniera biondo cinerea mi medicava. Così riuscivo a continuare. Ad un certo punto mi sono guardato indietro. Ero il primo, stavo guidando la nostra tribù. Usavo urli primordiali per condividere il mio cuore con il loro. Loro rispondevano donandomi i più inaspettati angoli del loro. Poi sono arrivato in cima ad una montagna. Ero colmo. Ero logoro. Nel leccarmi le ferite ho percepito qualcosa di strano al tatto. Avevo le piume. Ho guardato le stelle, le solite due. Ricco di gratitudine ho fatto un ultimo grido. E allora mi sono lanciato.
Grazie a tutte le strambe e fantastiche creature che hanno condiviso con me il viaggio".

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Sezione: Basket / Data: Ven 19 giugno 2026 alle 11:30
Autore: Alessio Galetti
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