Se oggi l'Udinese è squadra di calcio nota anche al di fuori dei confini italiani, una parte di quel merito va cercata negli anni Ottanta, quando Arthur Antunes Coimbra – per il mondo intero, semplicemente Zico – scelse di attraversare l'Atlantico e approdare in Friuli.
L'Udinese prima di Zico
Per decenni, l'Udinese era stata una squadra di provincia nel senso più concreto del termine: seria, ben organizzata, ma lontana dai piani alti del calcio italiano. La Serie A, quando arrivava, era un traguardo importante. La tifoseria era appassionata, ma abituata a obiettivi contenuti più che a grandi ambizioni europee. Il club aveva vissuto stagioni alterne tra la massima serie e la cadetteria, senza mai riuscire a costruire qualcosa di stabile ai vertici del campionato.
Il Friuli Venezia Giulia, del resto, non era una regione abituata ai riflettori del calcio nazionale. Eppure la società bianconera aveva dimostrato nel tempo una certa solidità gestionale e la voglia di crescere. Mancava il salto di qualità definitivo, la scelta capace di cambiare la percezione del club agli occhi dell'Italia intera.
L'acquisto di Zico
Tutto cambiò nell'estate del 1983, quando il club bianconero riuscì a portare in Friuli uno dei giocatori più forti del mondo. Il calciomercato dell'Udinese aveva infatti appena compiuto un'operazione che pochi avrebbero creduto possibile: Zico, il brasiliano reduce dal mondiale spagnolo del 1982, aveva firmato con una squadra di provincia italiana. Una notizia che fece il giro del mondo.
Il mondiale di Spagna aveva consacrato definitivamente il talento di Zico, nonostante la cocente eliminazione del Brasile ai quarti contro l'Italia. In quell'edizione, la nazionale verdeoro aveva mostrato forse il calcio più bello del torneo, e Zico ne era stato il simbolo. Portarlo in Serie A era già un colpo straordinario; portarlo a Udine, anziché in uno dei grandi club italiani, era qualcosa di quasi surreale.
La stagione 1983-84
L'impatto fu immediato. In quella stagione, l'Udinese giocò un calcio di qualità superiore alla media del campionato, con Zico nel ruolo di trequartista: tecnico, generoso, capace di inventare giocate che i difensori italiani faticavano ad anticipare.
Il risultato finale parlò da solo: terzo posto in classifica, il piazzamento più alto nella storia dell'Udinese fino a quel momento. Intorno a Zico non c'erano grandi stelle, ma una squadra compatta che aveva trovato nel brasiliano un riferimento tecnico e umano. L'allenatore Giovan Battista Fabbri riuscì a costruire un gruppo coeso, in cui ogni giocatore sapeva esattamente cosa fare e dove andare. Zico non era un fuoriclasse che pretendeva di giocare da solo: partecipava alla manovra, cercava i compagni, lavorava anche in fase di non possesso con un impegno che non era scontato per un giocatore del suo calibro.
Il rapporto con Udine e il territorio
Uno degli aspetti più ricordati di quel periodo riguarda il modo in cui Zico si integrò nella realtà friulana. Non si comportò da ospite di passaggio ma imparò l'italiano, frequentò la città, instaurò rapporti sinceri con i tifosi e con la gente del posto. Che, ben inteso, ricambiò con un affetto che Zico ha sempre riconosciuto pubblicamente, anche negli anni successivi. In diverse interviste, il fuoriclasse brasiliano ha definito la sua esperienza a Udine come una delle più positive della sua carriera, sia sul piano sportivo che personale. Raccontava di una città a misura d'uomo, di una tifoseria calda ma rispettosa, di un ambiente che gli aveva permesso di lavorare con serenità e concentrazione.
Due stagioni, un'eredità duratura
Zico rimase in Friuli due stagioni. Nella seconda, un infortunio condizionò parte del rendimento, anche se il livello complessivo della squadra rimase alto. Poi tornò in Brasile al Flamengo, prima di chiudere la carriera nel campionato giapponese con il Kashima Antlers, dove lasciò un'altra traccia importante contribuendo alla nascita del calcio moderno nipponico.
Ma il segno lasciato a Udine rimase. Le due annate “brasiliane” dimostrarono che anche un club di provincia, con le scelte giuste, poteva competere ai vertici del campionato e attirare giocatori di livello internazionale. Una lezione che il club bianconero non dimenticò, e che in parte spiega la capacità dell'Udinese di tornare periodicamente a sorprendere il calcio italiano, come avrebbe fatto ancora negli anni Duemila con la gestione Pozzo e i talenti scovati in giro per il mondo.
Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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