La sconfitta contro Reggio Emilia brucia, perché matura nel modo più difficile da digerire possibile: per una questione di dettagli. "Potevamo portarla a casa anche questa", la sensazione di chi esce dal PalaCarnera con un pizzico di rammarico e anche di ragionevole incazzatura. Come all'andata, quando ad un certo momento sembrava che Udine avesse in mano la partita. E invece ieri, come è stato d'altronde al PalaBigi, qualche difesa morbida, qualche tiro uscito di un niente, un paio di possessi persi ed ecco all'orizzonte materilizzarsi la sconfitta.
Dettagli, insomma. In più mettici un Troy Caupain ispiratissimo. L'ex di turno, che proprio al Carnera – dove nel 2018 aveva già lasciato un segno importante in maglia bianconera – sale in cattedra nel momento decisivo e indirizza la partita. Tu invece resti senza Christon, costretto a uscire per falli nelle azioni cruciali e con un attacco che di conseguenza fatica a trovare fluidità e soluzioni pulite. Reggio segna tutto mentre a te il pallone pesa e le scelte diventano più complicate. Priftis, che ha più opzioni negli uno contro uno, lo capisce e ne approfitta. Il sottile confine tra la vittoria e la sconfitta è tutto lì.
L’Apu Old Wild West Udine perde 85-90, ma lo fa per una questione di dettagli dopo aver lottato, dopo essere rimasta aggrappata alla gara anche quando tutto sembrava andare storto.
Di buono c'è proprio questo, che Udine non molla mai. A poco più di tre minuti dalla fine i bianconeri piazzano un parziale da grande squadra, 11 punti in tre azioni, dando l’illusione – concreta – di poterla addirittura ribaltare e vincere. Il Carnera ribolle, ci crede, la squadra pure. Poi, però, il finale premia gli ospiti, più lucidi e più cinici nei possessi che contano.
Resta una sconfitta, certo, e resta da rimandare quel “salto” definitivo verso l'alta classifica e una salvezza sempre più solida. Ma resta anche la conferma che questa Apu c’è. C’è mentalmente, c’è fisicamente, c’è come identità. In una Serie A equilibratissima, dove ogni partita è una battaglia, serate come questa possono capitare.
A proposito di singoli. Dentro questa partita rimane però anche un interrogativo che accompagna Udine ormai da settimane: la gestione di Aubrey Dawkins. Utilizzato come ultimo dei cambi, appena 7 minuti in campo ma con 6 punti segnati, l’americano resta un equivoco tecnico difficile da ignorare. In una gara decisa nei dettagli, un’arma in più – o diversa – forse sarebbe servita. A Reggio Emilia, ad esempio, le rotazioni hanno fatto la differenza. La domanda dei tifosi è legittima. Zoriks? Va aspettato. Gettato già ieri nella mischia con un buon minutaggio, si capisce che debba ancora entrare nei meccanismi del coach. Diamogli tempo, il lettone d'altronde è arrivato da una settimana e nelle gambe ha solo un paio di allenamenti e poco più. Ingiusto sarebbe giudicarlo ora. Vertemati nel mentre può godersi un ottimo Mekovulu: la fiammata a inizio partita è sua, quando segna i primi 9 punti della squadra. Non riesce a mantenere il livello per tutta la durata della partita, ma è il top scorer della squadra. Ottimo anche l'impatto del veterano Da Ros. Una partita intelligente quella del Mago e con punti importanti messi a referto.
Al netto di tutto, il bilancio non cambia. L’Apu lotta, non si arrende, dimostra di meritare pienamente questa categoria. Il calendario ora propone un tour de force durissimo: Brescia, Tortona, Bologna in trasferta. Gare complicate, da affrontare con la consapevolezza che i veri snodi salvezza passano anche – e soprattutto – dalle sfide interne con Sassari e Varese. L’obiettivo resta quello: blindare la permanenza in Serie A. Solo dopo, eventualmente, si potrà lasciare spazio ai sogni.
Nel frattempo, c’è una Final Eight di Coppa Italia da vivere e da godersi. Un traguardo impensabile alla vigilia, un premio al lavoro di società, staff e squadra. Vale la pena fermarsi un attimo e ricordarselo: da dove siamo partiti. Perché in questa stagione, comunque vada, l’Apu Udine ha già dimostrato di esserci. Eccome.
Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
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