Perdere così fa male. Perché l’APU Udine, sul parquet della capolista, non solo ha giocato alla pari: ha comandato. Per lunghi tratti ha imposto ritmo, idee, personalità. Ha messo Brescia in difficoltà come non si vede quasi mai al PalaLeonessa, un campo dove anche le big arrivano spesso per limitare i danni. Udine no: Udine è andata lì per giocarsela davvero. E lo ha fatto.

Il finale ha detto sconfitta, ancora una volta all’ultimo respiro, ma ridurre tutto a quel tiro sarebbe ingiusto. Quella dell’APU è stata una prestazione di altissimo livello, per qualità di pallacanestro, per solidità mentale, per coraggio. Una partita che racconta molto di più del punteggio finale.

Lo ha spiegato con grande lucidità coach Adriano Vertemati, centrando il punto senza giri di parole: "Credo che questa squadra, per il campionato che deve fare, non abbia alcuna mancanza. Se andiamo a Milano e giochiamo come abbiamo giocato, veniamo a Brescia e giochiamo come abbiamo giocato, in due partite che, se avessimo perso di 20 come fanno quasi tutti, nessuno avrebbe detto niente, è perché abbiamo dei valori grandi".

Ed è esattamente così. L’APU sta facendo qualcosa che, alla vigilia, era tutt’altro che scontato. Sta fornendo prestazioni – e raccogliendo punti – ben al di sopra delle attese di una neopromossa. È pienamente in corsa per la salvezza, che resta e deve restare il vero obiettivo stagionale, anche se qualcuno sembra esserselo già dimenticato, iniziando a pretendere playoff, imprese continue, vittorie contro chiunque.

La realtà va guardata in faccia con onestà. Se oggi Udine se la gioca fino all’ultimo possesso contro Milano, Bologna, Brescia, non è perché “doveva”, ma perché ha costruito valori, identità e una squadra che gioca a pallacanestro vera. Ed è già tantissimo. Pretendere che l’APU debba vincere queste partite significa perdere di vista il contesto, gli investimenti, il potenziale delle avversarie. Vero: le vittorie erano lì, a portata di mano. Vero: forse bastava gestire meglio certi finali. Ma è altrettanto vero che, solo pochi mesi fa, l’idea stessa di lottare su questi campi sarebbe sembrata un’utopia.

Vertemati ha poi aggiunto un passaggio fondamentale per leggere questi epiloghi amari: "La mia squadra sta giocando oltre il proprio livello. E quando giochi oltre il tuo livello arrivi al limite: sei tirato come una corda di violino. Non giochi in controllo come chi ha fatto 100 partite in Europa o 50 in Nazionale. Bisogna valutare rispetto a qual è il campionato che questa squadra dovrebbe fare".

È una chiave di lettura lucidissima. L’APU sta camminando costantemente sul filo, alzando l’asticella ogni settimana. A volte questo porta a imprese, altre a beffe. Ma il percorso resta straordinariamente positivo.

In mezzo a tutto questo, c’è anche una Coppa Italia conquistata, una Final Eight che sarà una festa per Udine e per il basket bianconero dopo 16 anni lontano dalla massima serie. Un traguardo impensabile alla vigilia, da vivere senza pressione, come premio e come esperienza.

Il rammarico è legittimo. L’incazzatura pure, perché è nella natura del tifoso guardare sempre un po’ più in alto. E lo fa anche la società, lo fa la proprietà, che ha ambizione e visione. Ma la crescita passa anche dal saper riconoscere il valore di ciò che si sta costruendo. A Brescia l’APU non ha perso credibilità. Al contrario: ne ha guadagnata. Perché ha dimostrato, ancora una volta, di starci eccome in questa Serie A. E questo, al netto del risultato, conta tantissimo.

Sezione: Primo Piano / Data: Lun 26 gennaio 2026 alle 10:04
Autore: Stefano Pontoni / Twitter: @PontoniStefano
vedi letture
Print