L'APU Udine sta vivendo un'annata storica, nella stagione del suo ritorno nel panorama cestistico italiano più importante. In mezzo ai tanti nuovi molti, tra le file dei bianconeri è Mirza Alibegovic a incarnare, sul parquet e fuori, il vero spirito APU. Il capitano bianconero ha rilasciato una lunga intervista a Sky Sport Insider, raccontando anche la sua vita privata e le sue ambizioni personali.
Mirza, partiamo dai numeri: 15 minuti, 12 punti e 2 assist a partita. Una leadership pazzesca, condita dal riconoscimento come tedoforo per il Coni. Te lo saresti aspettato a 33 anni?
"Guarda, mi sento fortunato. Tutto quello che sta succedendo, dalla promozione alla chiamata del Coni quest’estate, è stato incredibile. Riassaporare la Serie A dopo tanti anni mi intrigava molto. Ma oltre ai miei numeri, sono felice di come sta rispondendo la squadra. Abbiamo avuto un inizio di campionato complicato, soprattutto a causa di un calendario difficile, a siamo rimasti sul pezzo. Molte squadre si sarebbero sfaldate, noi abbiamo aspettato l’occasione e l’abbiamo sfruttata".
Hai citato l’avvio difficile. Quanto merito c’è di Adriano Vertemati in questa crescita costante?
"Adriano è un allenatore molto esigente, con idee chiare. Ci ha scelti perché ci immaginava bene nel suo sistema di gioco. L’inizio è stato complicato, mancava quel qualcosa. Penso a partite come quella contro la Virtus: eravamo sopra di 4 a 28 secondi dalla fine e l’abbiamo persa. Lì è stata inesperienza. In questo campionato non bastano 39 minuti e mezzo di intensità, bisogna saper gestire i finali. Ora però abbiamo imparato la lezione".
Parliamo di etichette. Per anni sei stato definito il 'giocatore di A2'. Oggi sei un protagonista in A. Che sapore ha questa rivincita?
"Ti rispondo con orgoglio. Io quell'etichetta la porto avanti con fierezza. È stata anche una questione di scelte professionali. Udine è la prima società in cui sono rimasto dopo una promozione, ma negli altri casi ho scelto io di cambiare. Perché? Perché ho sempre voluto essere importante per la mia squadra. Non riesco a giocare in A per fare il gregario, entrare 5 minuti e non sudare nemmeno. Preferisco essere un leader in A2, vincere campionati e sentirmi utile. Io parlo con i fatti e se non gioco non posso essere il giocatore che voglio essere".
Quindi Udine è stata una scommessa vinta?
"Assolutamente sì. Tornare qui e dimostrare il mio valore è gratificante. E credo sia una lezione per molti ragazzi che giocano in A2: bisogna credere in sé stessi, perché la linea che separa le due categorie non è poi così marcata come si pensa. Io ho lavorato sodo, sono stato zitto e sono andato avanti. Ora ho 33 anni, ma vorrei giocare fino a 45 come Mario Boni (ride, ndr). Il nostro momento arriva sempre se ci credi".
Bosniaco di origine, cittadinanza americana, cresciuto in Italia. Questo mix di culture quanto ha influenzato il tuo modo di stare in campo?
"Moltissimo. Ho avuto la fortuna di avere due genitori fantastici che hanno educato me e i miei fratelli girando il mondo insieme a papà, anche lui giocatore. Questo mi ha permesso di integrarmi ovunque e imparare le lingue velocemente. Ma l'Italia è casa nostra. Sono qui da 25 anni, mi sento italiano a tutti gli effetti e il basket che gioco è figlio di tutto questo percorso".
Tornerai a Torino per la Coppa Italia, in un palazzetto che per te ha un significato particolare. Negli ultimi anni ci sono state tante sorprese. In molti scommettono su di voi. Cosa ti aspetti?
"Tornare a Torino è sempre un'emozione forte. Amo molto quella città, ho anche comprato casa lì e vorrei viverci una volta finita la carriera. Sulla Coppa... beh, nelle partite secche può succedere di tutto. Affronteremo una squadra fortissima, ma dobbiamo crederci. È gratificante essere lì ma non dobbiamo dimenticare che il nostro obiettivo primario resta la salvezza".
Hai fatto qualche voto per la vittoria? Magari i capelli come fece Forray?
"No, per adesso no! Sono un po' scaramantico, ma i capelli non si toccano: un po' di estetica ci vuole sempre".
Da Instagram si nota quanto tu sia attento all'alimentazione e alla cura del corpo. Quanto influisce questo aspetto sulla prestazione sportiva,
specialmente con l'avanzare dell'età?
"Bisogna essere sinceri: sono attentissimo tutta la settimana, ma il post-partita è 'cheat day', soprattutto per staccare con la testa. Però sì, è fondamentale. A 18 anni mangi tutto e non hai problemi, ma andando avanti capisci che il corpo è una macchina. Se lo alimenti bene e lo fai riposare, risponde meglio. Quindi sì, attenzione massima ma dopo una vittoria, birra e hamburger sono un must di ricarica".
Un tema sempre più centrale nello sport è la salute mentale. Cosa ne pensi della figura dello psicologo dello sport all’interno della squadra?
"Per esperienza personale posso dirti che la salute mentale è fondamentale. Per me nello sport non se ne parla ancora abbastanza. Ho vissuto un anno molto difficile in cui, nonostante in campo le cose andassero alla grande, appena fuori dal rettangolo di gioco ero 'fuori di me'. Rimane un tema molto intimo. Non so se uno psicologo imposto dalla società per tutti sia la soluzione migliore. Ognuno vive i problemi in modo diverso. Lo psicologo, gli amici e la famiglia possono aiutarti tantissimo, ma alla fine sei tu a dover decidere di voler cambiare quel modo di stare. Sei tu l'unico eroe della tua vita in quel senso".
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