Tifoso del Watford, colpa del coronavirus

05.03.2020 21:26 di Ido Cibischino   Vedi letture
Tifoso del Watford, colpa del coronavirus

Grazie Donato, dicesi Donato Paveglio una delle colonne portanti del Messaggero Veneto che fu, quello delle oltre 50 mila copie giornaliere.

Ebbene, sabato prima di mezzogiorno mi chiama, non appena diffusa la notizia che Udinese-Fiorentina prevista in serata a porte chiuse era saltata, rinviata su disposizione della Lega. 

“Sei in astinenza?” mi provoca amabilmente il collega. 

Beh, un po' sì, la partita dell'Udinese è qualcosa che circola nel sangue, scalda il cuore, intriga il cervello...

“Ti invito a casa mia, ci vediamo Watford-Liverpool assieme”. 

Così è stato, con un aggiornamento non contemplato dal pronostico fatalmente sbilanciato dalla parte dei Reds: balzare dalla poltrona a braccia alzate alle reti dei calabroni, come se baby Sarr fosse il Sanchez di Guidolin e il possente Deeney il Bierhoff che ci faceva impazzire con la sua aerea implacabilità. E poi il lunedì - negli studi di RadioSpazio a fare band con Lorenzo Petiziol - trovarmi ad abbracciare (senza mascherina) sir Ernest Bozzo, tonante fan della creatura londinese di Gino Pozzo. 

Ma si puo? Si può, ed è puramente casuale che sia accaduto nelle giornate bollenti del coronavirus. Se ami il pallone e un po' ne capisci, non può esistere rivalità o invidia che impedisca di ammirare il bello e l'imprevedibilità di questo gioco. Tanto romanzesco (abbiamo goduto anche noi friulani di simili accadimenti) da consentire a quella che da lontano appariva una modesta comparsa della Premier di umiliare per 3-0 i campionissimi del Liverpool imbattuti (anzi, quasi sempre vittoriosi) da 44 turni, dalla sconfitta per 2-1 in casa del ManCity risalente al gennaio dello scorso anno. 

Si dirà che il Watford ha avuto la fortuna di incrociare il Liverpool nel momento di forma più basso e in effetti la squadra di Klopp è apparsa un po' sulle gambe e senza grandi idee. Ma ciò nulla toglie alla prova al limite della perfezione del Watford, che ha azzannato la preda e non l'ha più mollata, continuando a contrattaccare perchè soltanto così (bravo l'allenatore Pearson) poteva tenere a bada la pressione avversaria. Se manterrà il livello (squadra compatta e ben assortita nella complementarietà degli uomini, elastica nel 4-2-3-1, impreziosita da un paio di fuoriclasse che si elevano dalla apprezzabile qualità generale) il Watford non avrà problemi a risalire la china e a meritarsi ancora la Premier. Ma potremo mai (ri)vedere una squadra del genere, una squadra per cui dare di matto, vestita di bianconero? La comune proprietà può portarci fuori strada; la realtà decreta l'impossibilità di una traslazione trattandosi di mondi... di galassie diversi, dove le distanze si misurano in centinaia di milioni (euro) di differenza. L'industria calcistica inglese, per salvaguardare lo spettacolo e gli introiti, parte dal principio che un'equa distribuzione delle risorse rende tutti più competitivi e il prodotto finale s'arricchisce diventando appetibile - e vendibile a peso d'oro via tv - in tutto il mondo. Per dire: Gino Pozzo ha speso 30 milioni per prendere dal Rennes il ventiduenne senegalese Ismaila Sarr; altri 15 ne ha dati al Barcellona per assicurarsi lo spagnolo Delofeu, visto in Italia (senza troppa gloria) nel Milan; e via elencando, con ingaggi oltre il milione, per una rosa di 29 giocatori, dei quali 21 stranieri, l'unico dato che accomuna il club inglese alla sorellastra friulana pure essa imbottita di pedatores foresti. Avesse messo radici a Udine, anziché seguire natura e fiuto imprenditoriali (gli stessi che prima o poi lo faranno sbarcare pure nel grande mare cinese), Gino Pozzo mai avrebbe potuto concludere simili acquisizioni una volta esauritosi il ciclo virtuoso che ci aveva illuso, quello che teneva insieme progetto sportivo (a noi Europa!) e vantaggio economico, di cui l'emblema resta l'operazione perfetta su Alexis Sanchez. 

Oggi l'Udinese non può, e non possiamo farle una colpa oltretutto in presenza di un sistema-calcio malato come hanno certificato la confusione, il pressapochismo, le ingerenze e le arroganze che hanno vieppiù minato la credibilità della Lega calcio, la Confindustria del pallone, alle prese con i provvedimenti per far fronte all'emergenza coronavirus. L'Udinese non può, ne abbiamo preso atto da tempo. Ma è altrettanto legittimo pretendere che le relative disponibilità vengano spese bene, aguzzando l'ingegno, ideando e perseguendo un progetto. Se i maggiori investimenti (su Teodorczyk e Walace, per esempio) ammuffiscono in panca, se potenziali titolari (Barak e Pussetto) smaniano per andare via, c'è molto di superficiale e di sbagliato da correggere. Come la pretesa di elevare la qualità della squadra prendendo giocatori tramontati a parametro zero. Ciò che fa ancora più male è guardare la panchina senza trovarvi un giovane, un ragazzo che faccia pensare al futuro.