La vittoria dell’Udinese sul campo del Monza per 3-2 è una di quelle partite che, se osservate soltanto attraverso le statistiche tradizionali, rischiano di raccontare una storia sbagliata. Il Monza ha avuto più possesso, ha prodotto più Expected Goals e ha dominato territorialmente soprattutto nella ripresa. Eppure, al novantesimo, sono stati i friulani a portare a casa i tre punti. Non per fortuna, ma grazie alla capacità di leggere meglio gli spazi, attaccare le debolezze dell’avversario e trasformare le transizioni in occasioni decisive.

Il primo dato da cui partire è proprio il possesso

52,02% Monza contro 47,98% Udinese. Nella ripresa il divario si è ulteriormente allargato, con i brianzoli al 57,85%. Anche gli Expected Goals sembrerebbero premiare la squadra di Ivan Juric: 1,94 contro 1,17. Eppure il risultato finale è stato 2-3. La spiegazione sta nella qualità, non nella quantità, delle situazioni offensive costruite.

L’Udinese ha infatti scelto deliberatamente di non contendersi il dominio territoriale. Il piano di Kosta Runjaic era quello di abbassare il baricentro, concedere al Monza una circolazione prevalentemente esterna e aspettare il momento giusto per verticalizzare ("Giocano uomo su uomo", aveva ricordato in conferenza stampa). Il Field Tilt complessivo ha premiato i padroni di casa con il 54,50%, salendo addirittura al 68,69% nella ripresa, ma questo possesso territoriale non è riuscito a trasformarsi in un controllo effettivo della partita.

Il Monza si è ritrovato spesso coinvolto in una circolazione a forma di “U”, con il pallone che viaggiava da una fascia all’altra senza riuscire a penetrare centralmente. L’Udinese, al contrario, ha completato 81 passaggi nel terzo offensivo contro gli 89 del Monza, una differenza minima che diventa significativa se rapportata al possesso complessivo: una volta superata la prima pressione, i friulani hanno cercato immediatamente la porta.

La chiave tattica è stata soprattutto l’asimmetria

Le due squadre partivano entrambe dal 3-4-2-1, ma lo interpretavano in maniera completamente diversa. L’Udinese ha utilizzato Vojvoda in una posizione molto conservativa sulla destra, quasi a formare una linea a quattro in fase di costruzione e transizione difensiva. Dall’altra parte, Kamara veniva invece spinto molto più avanti, agendo quasi da ala pura.

Questa scelta ha creato un problema costante per il Monza. L’ampiezza di Kamara costringeva Birindelli e Kouadio a continui adattamenti, mentre l’accentramento di Colpani lasciava ulteriormente scoperta quella fascia. Kamara ed Ekkelenkamp potevano così attaccare una zona nella quale il Monza era spesso in inferiorità numerica. Non è un caso che due delle tre reti dell’Udinese siano nate proprio da quel lato.

Il primo gol, al 32’, è l’esempio più evidente. Un errore di Mathis Mout in costruzione viene immediatamente aggredito dall’Udinese. Kamara, già altissimo grazie alla struttura asimmetrica, recupera il pallone e lo appoggia per l’inserimento centrale di Jakub Piotrowski, che da pochi passi batte Thiam. È la perfetta sintesi del piano friulano: pressione mirata, recupero e attacco immediato dello spazio.

Il momento più spettacolare arriva allo scadere del primo tempo. Dopo l’1-1 di Colpani, l’Udinese sfrutta il disordine del Monza e trova il gol del 2-1 con Kamara, autore di una conclusione dalla distanza. Poco dopo arriva anche il tris di Ekkelenkamp. Tre gol costruiti attraverso dinamiche diverse, ma accomunati dalla stessa idea: attaccare immediatamente gli spazi e sfruttare ogni squilibrio avversario.

Nella ripresa, però, la partita cambia volto

Il Monza aumenta il possesso e porta il Field Tilt fino al 68,69%. Il gol del 2-3 di Gustavo Varela al 63’ sembra poter aprire definitivamente la rimonta. È qui che l’Udinese mostra forse la qualità più importante dell’intera gara: la capacità di soffrire senza perdere la propria struttura.

Il dato delle 36 spazzate contro le 15 del Monza fotografa perfettamente questa fase. Di fronte all’assedio finale, i difensori friulani scelgono un approccio pragmatico: niente rischi inutili in costruzione, pallone lontano dall’area e riposizionamento ordinato. È una gestione del rischio consapevole, non un semplice arretramento.

Nel finale, poi, c’è anche il contributo decisivo di Maduka Okoye. Il portiere nigeriano compie tre parate statistiche, ma quella all’89’ su Dany Mota vale quasi quanto un gol. Un intervento ravvicinato con i piedi che impedisce al Monza di trovare il possibile pareggio e certifica la capacità dell’Udinese di restare lucida fino all’ultimo secondo.

L’Udinese ha segnato tre gol producendo appena 1,17 xG, trasformando in maniera straordinariamente efficace le proprie opportunità. È questa la vera chiave del successo: non il dominio, ma la precisione. 

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Sezione: Primo Piano / Data: Dom 30 agosto 2026 alle 15:00
Alessandro Vescini / Twitter: @alevescini00
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Alessandro Vescini
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Cresciuto a pane e sport negli anni 2000, racconto le realtà friulane tra campo e social. Il segreto? Mai smettere di aver voglia di imparare!