Eroica A.P.U., ma all’ultimo respiro vince Mantova

09.02.2020 23:03 di Franco Canciani   Vedi letture
Eroica A.P.U., ma all’ultimo respiro vince Mantova

Sembrerà strano, ma io stasera, smaltita la delusione per la sconfitta, non sono arrabbiato.

Non lo sono: perché Gerald, Andrea, TJ, Arturs, Vittorio, Gazza, Enry, Lorenzo, Jack, capitan Michele, Ago, Luca, ‘Mini’ e Daniele lasciano sul parquet, in settimana e in gara tutto quello che hanno. Anche stasera.

Quando Mantova gioca un primo quarto fantascientifico, un secondo di sostanza ma subisce Udine per tutta la ripresa. Il problema è che con due giocatori fuori, l’A.P.U. soffre quando deve tenere botta fino in fondo. Ed inevitabilmente arriva corta.

Corta: le palle perse, il canestro di Poggi, alcune scelte discutibili arrivano quando l’acido lattico arriva alle orecchie. Quando Beverly deve cambiare su ogni pick’n’roll marcando gente come Clarke, quando Arturs si sfianca a giocare da 4 alternandosi con un eroico Antonutti; quando gli esterni si applicano in difesa come forse mai successo, permettendo di recuperare 20 punti (venti) ad una squadra di grande equilibrio, alla fine qualcosa inevitabilmente manca.

Mantova squadra equilibrata, ma chiaramente dipendente dalle ubbìe dei due americani. Fino a quando Lawson e Rotnei ha goduto di libertà, hanno condotto agilmente; alzati gli scudi, calati i due, dal resto della compagnia in fase di realizzazione si è avuto non tantissimo. Molto, molto meglio in difesa, i virgiliani: chi mi legge sa quanto sia stato, secondo me, improvvido il rilascio di Tommy a beneficio di altre figure, l’anno scorso, solo per accondiscendere ai desideri di qualcuno.

Il dolore per la sconfitta esiste, e non passa: così come l’orgoglio per una squadra che ha difeso i propri colori, ed una bolgia che mi ha rimandato agli anni della mia giovanezza, quando la capienza era un puro dato statistico ed al Carnera sciamavamo in cinquemila. Più IVA.

Il dolore per la sconfitta esiste, e non passa: così come la convinzione che Beverly su Lawson abbia commesso fallo, che solo l’arbitraggio all’inglese marchigian-pugliese poteva non scorgere. Sarà l’unica riga in cui citerò la prestazione dei tre in grigio. Non per mera sportività, ma per pura pietà umana. ricordo solo i falli tecnici a Clarke e Antonutti, e l’antisportivo a Beverly. Arrivederci.

Non sono così ottuso da non capire che la buona prestazione di un’ottima squadra come Mantova abbia meritato la vittoria: dico solamente che, leggendo i numeri, la gara è stata in assoluto equilibrio e, per una volta sola, invocherei la deroga di un pareggio…

Scrivo prima di ascoltare le conferenze stampa, ma non penso di essere andato troppo lontano da una condivisa analisi della gara. Quel che è certo è che Udine non può continuare a concedere primi quarti all’avversaria, esercizio che la costringe a volate intense e dispendio energetico extra. Anche in considerazione della mancanza, ormai abituale, di uno o due elementi.

Udine deve tenere la barra a dritta: conserva ancora otto punti (sei su Imola sulla quale vanta una differenza canestri di +41) di vantaggio sulla prima eliminata dai playoff a tre gare dalla fine della fase regolare; deve, secondo me, vincerne tre nella fase ad orologio per garantirsi la post-season matematicamente. Qualcuna di più per una posizione di maggior prestigio. Solo a questo, ed al recupero degli infortunati, deve guardare la preparazione bianconera. Il resto è chiacchiere senza distintivo.

Due sospiri.

Si può essere d’accordo o meno con qualche scelta in campo o in panchina; lo si può manifestare più o meno velatamente. Le reti sociali danno voce a tutti: qualche volta però meglio parlare che urlare. Specie dopo un tifo straordinario durato 40’ visto al palazzetto. E sostenere che Ramagli dovrebbe essere cacciato in base a qualche discutibile rudimento cestistico appare una richiesta irricevibile. E voglio essere educato.

Si può essere d’accordo o meno con qualche scelta in campo o in panchina; lo si può manifestare più o meno velatamente. Ma chi ha insultato al Carnera un giocatore americano, da troppo nel mirino dei tifosi, con appellativi anch’essi irricevibili (‘mongoloide’, urlato da un attempato signore seduto non lontano dalla mia postazione, è solo una; ‘filippino di m****a’ un’altra) deve farsi un esame di coscienza.

Perché, come ho scritto sul pubblico imolese, inutili i ‘R.I.P. Kobe’ se poi consideriamo, nel 2020, la disabilità come un insulto.

Mentre sugli schermi del palazzo scorrevano immagini di ‘baskin’.

Ve lo ripeto: godete. Delle piccole cose, delle ragazzine che si impegnano nelle interruzioni della gara; di ‘Patrick’ che a 3000 gradi Fahrenheit indossa un pesante costume, della tripla di Amato o della difesa del Cigno. Lasciamo a casa gli insulti: essere uno dei tanti che si diverte è meglio che diventare il capo di una banda di involuti.