La vittoria ottenuta ieri sera dall’Udinese all’Olimpico di Roma ha basi solide, viste (e forse sottovalutate) anche nelle due, sfortunate gare precedenti.
Già: sul piano squisitamente tecnico, fra Roma e bianconeri non c’è gara: prima della partita la classifica cantava venti punti di differenza. D’altra parte, la rosa giallorossa è la terza più pagata della massima serie: se la truppa di Gotti ha vinto, le ragioni sono altre.
Psicologiche: l’allenatore adriese ha creato un gruppo solido, che ha ottenuto pochi punti per demeriti soprattutto offensivi. Nelle tre gare i giocatori schierati non hanno mollato un centimetro, specialmente in alcuni elementi quali Nuytinck e Seko Fofana, tornati quelli dell’inizio della loro carriera friulana. Contro il Torino a punire l’Udinese era stato un unico, isolato contropiede; domenica passata, contro la corazzata Atalanta (che pur ha messo in campo un ritmo lento da maestro Gàmbara), in fondo la differenza l’hanno fatta due prodezze del Fruto Muriel. A Roma, contro una squadra impacciata e parsa a fine corsa, non si è mai avuta l’impressione che i casalinghi potessero prendere in mano il pallino del gioco (possesso palla quasi pari). Non è vero che l’Udinese ha smesso di giocare, semplicemente ha lasciato palla (mai libera) alla Roma creando una quindicina di contropiedi. Chiaro che, dalle reti a pagamento, i guru (ex allenatori, di solito ultrasettantenni) preferirebbero che le squadre non metropolitane giocassero belle garibaldine, concedendo spazi alle ‘grandi’ e urlo libero ai telecronisti: ha ragione invece un settantenne che ancora allena (a Genova sponda Samp) quando sostiene che questo, nella zona di classifica che pertiene a Udinese e doriani, non è il momento del vezzo ma del pragmatismo. Dopodiché ognuno la vede come vuole.
Fisiche: togliendo gli ultimi trenta minuti di Torino, l’Udinese è apparsa una delle formazioni meglio allenate della serie A. e per dire questo mi sono sorbito ore ed ore di non-calcio post-COVID, ricco di mani sulle ginocchia ed errori da circoletto rosso. Ovvio che i ritmi non sono quelli di dicembre scorso, ma ciò vale per tutte: e se le doti tecniche (di cui ad un paio di paragrafi sopra) non sorreggono una formazione, deve uscire necessariamente muscolo e clava. Emblematica la forma fisica di Fofana, che ieri ha rullato compagni ed avversari porgendo ai suoi attaccanti almeno tre chiare e nitide palle-gol, una delle quali alla fine realizzata da Nestorovski.
È chiaro che andando avanti con le gare i valori potrebbero appiattirsi: ma secondo me entriamo ora nella settimana decisiva per la lotta ad evitare la cadetteria, cui sembrano ormai destinate un piccolo Brescia ed una mai doma S.P.A.L.; è oggi che servono testa e gambe, per giocare le ultime sei gare a mente sgombra. E sì, probabilmente lì potremmo chiedere ai ragazzi di Gotti di soddisfare don Fabio e giocare la palla con più tecnica e personalità.
Un campionato da dimenticare, in fretta, in tutti i sensi: ma prima c’è una salvezza da assicurarsi. Secondo me la quota si dovrebbe aggirare attorno a 35 punti; un’aberrazione per il calcio moderno, ma difficile che questo Lecce possa mettere assieme più di nove-dieci punti. Pur con un motore completo anche del prode Barak, il prolungamento del prestito del quale ha creato in Via del Mare una congerie di insulti ai bianconeri, che per un paio di giorni avevano taciuto sulla naturale concessione.
Di più ancora servirebbe ai ferraresi, che hanno lottato contro il Milan ritrovandosi alla fine con un punto solamente: 17 punti in nove gare paiono, per loro, una scalata troppo ripida. Vedremo.
Ci vuole un fisico bestiale: otto giorni per confermare, da parte bianconera, che quel che abbiamo visto ieri sera non è stato solo un fuoco di paglia.
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