Ci sono giocatori che lasciano un bel ricordo. E Sebastien De Maio è uno di questi. Arrivato "già esperto" a Udine, il francese ha sempre messo in campo la sua grinta per i colori bianconeri. In aggiunta, in un periodo di transizione della storia recente dei friulani, è stato il collante in spogliatoio, facendo da "chioccia" ai più giovani. Dopo aver annunciato il suo ritiro dal calcio giocato, per lui ora inizia una nuova avventura. Dietro la scrivania. È, infatti, il nuovo club manager del Mantova e, tra una seduta di allenamento e una riunione, ha raccontato ai nostri microfoni i momenti chiave di una carriera durata 24 anni.
Un lungo viaggio terminato durato quasi vent'anni: che effetto ti fa?
"Fa effetto, ma sono 24 anni che faccio questo mestiere. Il calcio fa parte della mia vita e non è stato semplice decidere di smettere, ma penso di aver fatto la scelta giusta al momento giusto".
Facendo qualche passo indietro, sei partito da Nancy con una valigia piena di sogni: quando hai capito che saresti potuto diventare un calciatore di Serie A ad alto livello?
"Non c'è stato un momento preciso, ma attraverso il lavoro quotidiano ci ho sempre creduto. Sono sempre stato serio professionale dentro e fuori dal campo. Sono stato anche fortunato, ma è da quando ho 14 anni che mi fisso degli obiettivi da raggiungere per migliorare"
Gasperini ti ha fatto capire di essere un grande difensore?
"Gasperini per me è stato un allenatore molto importante, mi ha fatto crescere in tutti i punti di vista. Se devo pensare al consiglio più importante è stato come prepararsi mentalmente e caratterialmente a una partita. Mi ha dato una consapevolezza nei miei mezzi che non avevo. Gli sarò sempre grato, mi ha dato quel qualcosa in più per credere di essere un giocatore di Serie A".
All'Udinese sei arrivato in una stagione difficile ma hai subito dato il tuo contributo: cosa non aveva funzionato quell'anno?
"Sono arrivato a gennaio e l'Udinese non andava bene. Era un nuovo ciclo con tanti ragazzi senza esperienza in Serie A. Il campionato italiano è difficile, quella stagione è mancato un po' di tempo per far ambientare questi ragazzi. L'anno successivo, infatti, quasi con lo stesso gruppo abbiamo fatto bene".
L'ultimo anno con la coppia Gotti-Cioffi avete chiuso con una cavalcata pazzesca: c'era la sensazione tra di voi che si potesse costruire qualcosa di importante? I tifosi dell'Udinese qua sognano sempre un ritorno in Europa prima o poi...
"Abbiamo fatto una bella annata assieme, l'obiettivo era la salvezza e lo abbiamo ottenuto. Eravamo un gruppo e una squadra forte. I tifosi sperano sempre nell'Europa e auguro all'Udinese di riuscirci. Sono una società storica, con dentro delle persone favolose e serie. Mi hanno trattato in maniera strepitosa. La famiglia Pozzo è strepitosa e sarò sempre grato di aver indossato la loro maglia".
Il consiglio più prezioso che ti ha dato un allenatore?
"Quello di andare in campo senza guardare in faccia a nessuno. Non importa chi c'è davanti, se ti senti forte non c'è motivo di far male. È un po' quello che ci ha inculcato in testa Gasperini quando l'ho avuto al Genoa".
L'attaccante più difficile da marcare?
"Ne ho marcati tanti e dire un nome non è semplice e mi sembra ingiusto. Ma ti posso dire Higuain, Dybala, Cristiano Ronaldo, Douglas Costa e Dzeko. Tutti fortissimi, ma forse il più difficile era proprio Dybala per via della sua struttura e il baricentro basso. Quando era in forma era ingiocabile".
Il compagno di squadra all'Udinese che ti ha sorpreso di più? Perché?
"De Paul aveva una classe unica e sapeva far tutto, ma quello che mi ha impressionato di più è Samardzic. È un giocatore elegante, ha questo mancino con cui può fare tutto. Quando è arrivato mi sono innamorato del suo gioco".
Poi un'ultima promozione, con il Mantova: ci racconti i segreti di quella cavalcata con Possanzini?
"La promozione con il Mantova è stata bellissima, frutto di un gioco basato sul divertimento. Abbiamo fatto vedere a tutti che si può vincere anche giocando a calcio. Il punto di riferimento è stato Possanzini che ci ha aperto la mente sotto questo aspetto. Il legame che si è costruito con la squadra è qualcosa di straordinario, non ho mai visto un allenatore così legato a un gruppo. È un ambiente in cui tutti si vogliono bene, nessuno è scontento a partire dal presidente fino a quello che gioca meno. È la forza del Mantova e il merito va dato a Possanzini".
Ora, una nuova vita sempre nel calcio ma dietro la scrivania al Mantova come club manager: come ti stai trovando?
"È tutto un mondo nuovo da scoprire quello dirigenziale per me, mentre le dinamiche di campo sono le stesse. Ascolto tanto per capire, non esito mai a fare domande. Tengo pubblicamente a ringraziare il presidente e il direttore sportivo per l'opportunità che mi hanno dato. Sono molto grato per questa bellissima opportunità. È tutto nuovo ma ogni giorno non vedo l'ora di imparare cose per crescere. Sono contento di aver fatto questa scelta".
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