Uomini e no

19.04.2019 07:00 di Franco Canciani   Vedi letture
Uomini e no

Uomini (verticali) e no.

La Fiorentina calcio, sconfitta dal Frosinone, non esonera Pioli, preferendo emettere un comunicato durissimo sulla mancanza di professionalità del gruppo.

Il parmigiano, che è verticale, prende cappello e consegna le dimissioni, sentendosi messo in discussione.

La società, con un secondo comunicato, smentisce le ragioni di Pioli, assumendo di non averne mai discusso le capacità. Dose rincarata dalle dichiarazioni del direttore sportivo durante la presentazione di Vincenzo Montella. Verticalità zero.

Qualche collega apostrofa Igor Tudor come ‘slavo’. Detto che in cinque lettere stupra storia, geografia e buon senso, la Dalmazia (terra d’origine di Igor) non è balcanica. Stendere il telo-mare e mettersi orizzontali al termine dell’ennesima stagione devastante sembra l’intento di molti fra noi: niente da dire, la ‘pilaja’ ci sta benissimo nella speranza che finalmente, a Udine, si riveda il calcio giocato.

Dopo Milan-Lazio, due giocatori del Milan portano verso la propria curva la maglia di un avversario, ‘reo’ di ritenere la propria squadra superiore. Dall’altra parte un biondino brasiliano di 32 anni esclama ‘seduto e zitto’ a un addetto rossonero, il quale però è costretto su una sedia a rotelle.

Niente verticalità, il tutto si risolve con qualche euro di multa e due buffetti. Teniamo famiglia.

Chiosa finale il coro della sportivissima curva laziale in occasione della gara contro l’Udinese, riferendosi alle origini di Bakayoko (uno dei due stolti rossoneri di cui sopra). Con tutta probabilità gonfieranno la retorica antirazzista, godendo della totale impunità riservata, in Italia, a chi frequenta gli stadi. E non ditemi ‘sono pochi’: il coro era condiviso da centinaia di persone. Le quali una ad una dovrebbero presentarsi di fronte al parigino urlando, gutturalmente, i loro slogan razzisti di fronte ai suoi 190 centimetri.

Insomma, quando l’ottenimento del certificato di battesimo richiederebbe un supplemento a pagamento alla CEPU.

La Juventus vede sgretolare le proprie certezze di fronte ad un gruppo di ragazzotti dalle guance rosse e testa e piedi veloci. I cicli si aprono e si chiudono, CR7 è parso spesso alibi e non arma tattica, se è vero che la Juventus ha perduto il 40% delle gare disputate in Champions durante la stagione.

Cosa c’entra con l’Udinese? Presto detto.

Dopo aver affrontato quattro gare da hombres finalmente verticales, l’Udinese si supìna ben presto di fronte agli aquilotti opponendo scarsa resistenza e meritandosi ben presto due reti, nelle quali Juan Musso pare il peggior Mattolini e difende malissimo rete ed area piccola. Sul possibile 0-3 lo salvano il braccio di Savic e il VAR-ista.

Nella ripresa la sorte, una dabbenaggine di Lulic e la velocità di un Lasagna ritrovato offrono al ‘dieci’ friulano una chance dal dischetto: l’Udinese però insegue il mito di un primato europeo, e Rodrigo passa palla a Strakosha, prematuramente distesosi sul suo fianco sinistro. Otto rigori, cinque falliti sono un bilancio devastante.

La sconfitta, tuttavia, è ininfluente. Sento commenti, su onde che noi stessi cavalchiamo, foriere dei peggiori auspici: capisco tutto, ma ipotesi tipo ‘se l’Empoli e il Bologna le vincono tutte e noi le perdiamo tutte retrocediamo’ debbono giocoforza essere, almeno lo spero, apotropaiche.

La salvezza non mi procurerà commozione, felicità, né peana dalla mia virtuale penna, da tempo inaridita: mancano tuttavia i fatidici sette, otto punti che passano per gare contro squadre come S.P.A.L. Frosinone, Cagliari e, sabato Santo, il Sassuolo di De Zerbi.

E gare, che darei perse (mica detto!) a Bergamo e contro l’Inter: a proposito, avrei voluto festeggiare con i tifosi nerazzurri e i vari Poborski e Gresko il diciassettesimo anniversario di ‘quel’ 5 maggio (ei fu…) divenuto più proverbiale di quello napoleonico. Purtroppo l’anticipo mi toglierà questa gioia. Pazienza, magari l’anno prossimo.

Dico ciò riallacciandomi alla sconfitta juventina ed a quella udinese, ché il calcio, spiegava Arrigo, è un pendolo oscillante fra calcio-spettacolo e calcio-sparagnino. Quando il primo arriva all’apice (e non è ancora tempo), l’altro prende contromisure e prevale. Infatti il tiki-taka di Guardiola non gli guadagna allori europei da una decina d’anni, mentre spopolano il calcio solido di Mourinho e Zidane (okay CR7, ma Kroos, Casemiro e Modric in mezzo oppongono muscoli e polmoni alle sortite avversarie).

La Juventus non vince in Europa perché in Italia punta all’1-0, minimo sforzo e massima resa. Si accomoda su ritmo lento del maestro Gàmbara, dove Pjanić gestisce ma non accelera: e se la coralità fallisce, ci pensano Mandzukic, Dybala e Cristiano a sistemare le cose.

Di fronte a chi gira la palla con velocità, a chi aumenta i ritmi vertiginosamente, gli allegriani si imbolsiscono e si deprimono, non riuscendo a capire come mai quello che in patria vale venti punti di vantaggio, in Europa significa eliminazione.

Lo capiamo noi: l’Udinese è una squadra che rumina calcio spesso inutile, come tante altre formazioni. Forse Empoli e Atalanta fanno eccezione, ma la loro qualità generale non è sufficiente a colmare il gap necessario a raggiungere gli obiettivi.

La stessa Lazio, ieri sera, segnata la seconda rete si è abbassata andando in modalità ‘risparmio energetico’: davvero squadre così credono di competere a livello europeo?

L’Udinese rumina calcio spesso inutile, al netto di qualche giocatore non male e non a caso richiesto da mezza Europa. Soprattutto manca troppo spesso dell’animus pugnandi che forse sopperirebbe alle manchevolezze tecniche e tattiche.

Ha un paio di buoni contropiedisti (oggi si dice ‘uomini di gamba’: ma quanto fu preso in giro Sebastiao Lazaroni quando coniò questo termine nel 1990?), Tudor ha quadrato meglio il cerchio dei predecessori ma parliamo di una pallida edizione bianconera, quantomeno sesta di fila, parente lontana neanche di quella che, nel 2002, causa (S)Ventura in panca rischiò, seriamente, la relegazione (harakiri Verona).

Già: si possono spendere tutti i soldi del mondo, ma per avere una squadra bisogna costruire una squadra.

Non ho bevuto: all’Udinese è improcrastinabile la costruzione di un’ossatura.

Un portiere, ce l’abbiamo. Un paio di difensori, e ci sono; serve un centrocampista serio (scusa, Rolando) e lassù, Okaka confirmandum sit, bisogna cercare, salutato Lasagna e la sua voglia di pastiera, una punta di provata esperienza nazionale, non più la quarta, costosa scommessa di fila dopo Riad, Lukasz e Vizeu.

Soprattutto serve consistenza in panchina, e non un turnover vorticoso fatto di dieci teste, alcune delle quali assurdamente assunte, saltate nelle ultime stagioni. Una testa con un’idea di gioco, basta distruttori di quello avversario e parcheggiatori di torpedoni. Di Cholo ce n’è uno, e per me è fin troppo.

Dicendo così tradisco le mie certezze, che non nascosi nemmeno quando si stava ancora peggio di oggi (e non si sta mica bene): l’Udinese si salva, con buona pace delle cassandre. Si salva per l’ennesima volta senza gran merito, ma non è colpa nostra se almeno tre squadre, ogni stagione, si comportano peggio della nostra.

Contro il Sassuolo servirà testa: sono certo che Igor consiglierà la gara migliore ai suoi (lasciamo perdere quella di ieri sera: non fossi certo della specchiata onestà e candore di tutti, ripenserei a Trinca e Cruciani ma sicuramente non è così e lo dico seriamente) senza farsi prendere dall’orgasmo della vittoria. Arrivassero i tre punti, davvero la pressione passerebbe del tutto sulle avversarie. Incluso un Genoa ormai rientrato nel giro d’aria di chi potrebbe scendere.

Scrivo al termine di una giornata complicata, di quelle che mettono in ordine le cose della vita e spostano il calcio piuttosto indietro. Lo dico anche a beneficio dei tastieristi da casa, facili a recidere giudizi, un paio dei quali hanno parlato a sproposito del GM della nostra squadra di basket. Se avete un’oretta vi spiego io chi sia Davide Micalich, per noi baskettari e non solo: per dirmi chi siete voi, temo, basteranno una decina di secondi.