Udinese, adesso le undici lettere fatidiche

19.05.2019 06:01 di Franco Canciani   Vedi letture
Udinese, adesso le undici lettere fatidiche

Programmare.

Igor Tudor prende in mano una squadra devastata dal più deludente allenatore delle ultime stagioni; supera le difficoltà, ci mette del suo ed alla fine, con l’aiuto di un gruppo di ragazzi nemmeno troppo mediocri (non tutti, almeno) mette in salvo la barchetta.

Contro la S.P.A.L. il dalmata conferma di essere ragazzo sveglio: Sandro si rompe il gomito in un contrasto (auguri al gladiatore col 30!) e lui decide non di mettere Hallfredsson, né Badu: ma Marco D’Alessandro, spostando Larsen in mezzo. Da lì la gara, che da una decina di minuti era in mano alla formazione estense, cambia di nuovo padrone: Marco e Stryger dialogano, mettono in ambasce la difesa avversaria e alla fine i due corner che determinano le reti di Okaka scaturiscono dalla loro parte.

Udinese che fra rilassatezza, stanchezza e paura toglie le mani dal manubrio della gara permettendo alla S.P.A.L. di rimetterla in sesto, dimostrando (specie quando passa al 4-2-4) che la gara se la sono voluta giocare. Loro.

Oggi sontuoso Larsen, onnipresente sulle seconde palle e sempre attento alle folate avversarie; decisivo Okaka, che dimostra quanto sostenevamo mesi fa: doveva perdere dei chili, trovare il ritmo gara e ci saremmo divertiti. Accontentati.

Bravo Rodrigo, con la palla tagliatissima e tesa per Samir (mezzo punto in meno per questi, disattento sulla rete di Petagna) e i due corner per Stefanone nostro. E tanto lavoro in copertura.

Il resto è ricerca della gestione, ancora esercizio ostico per i friulani; tensione fino al 94’, alla fine è tripudio. Perché adesso che il Genoa ha fatto pari col Cagliari, se i calcoli non mi hanno tradito, è salvezza.

Programmare.

Spiegarmi (spero siano solo voci) perché si voglia di nuovo giubilare Igor Tudor, abile a portarsi a casa 15 punti in dieci gare, affrontando Milan, Inter, Lazio, Roma fra le altre. Una proiezione di 57 punti in 38 gare; un allenatore con idee (come Julio) ma anche cazzimma, esperienza, fisicità. Sì, perché conta non solo andare in mezzo ai giocatori a fine gara, ma fare sentire loro l’incombente presenza di chi, in carriera, ha menato gente come Ronaldo (quello vero), Inzaghi, Salas e compagnia segnante.

Al netto di De Paul, il quale mentre scrivo ammette come questa sia stata l’ultima sua recita al Friuli, confermare l’ossatura della squadra: da Musso a Ekong, Larsen, DeMaio e Nuytinck; da Zeegelaar a Okaka e Pussetto, recuperando Teo e cercando di sistemare il centrocampo con qualche testa pensante (Mandragora resterà? Ci sono voci contrastanti a riguardo, anche se ufficialmente è qui con un contratto biennale).

Riascoltare lo stadio Friuli (per qualcuno Dacia Arena), sempre presente e (tranne quel breve sciopero) fin troppo paziente quando si scelse un allenatore scialbo e deludente: ugole e cuori sempre lì, casa e trasferta. Rapporto sospeso, va ricucita pazientemente la trama che ci rese unici. Anche oggi orgoglioso di uno stadio (Friuli, per qualcuno Dacia Arena) ricolmo di anime belle.

Donare a questa maglia la speranza, l’altra faccia della paura; la speranza, che è gratis, di poter affrontare tutte le avversarie con la sfacciataggine di chi sa di potercela fare.

Per questo ripartirei da Pradé: Daniele ne ha sentite di tutti i colori, ma dobbiamo anche a lui se questa squadra, innerbata da giocatori di cui molti risero a gennaio, alla fine ha salvato la ghirba. Sì: mi piace il suo percorso professionale.

Per questo ripartirei da Tudor: oggi l’Udinese, con tutte le magagne tecniche e psicologiche legate ad una situazione di classifica divenuta, via via, sempre più critica, gioca meglio di molte avversarie, diciamo dalla Sampdoria in giù. Questo perché ormai in Italia dopo tre gare disputate con piglio si parla di miracolo tecnico (ci cascò anche Oddo, l’anno passato, quando perse la rotta credendo agli elogi sperticati); quest’anno è stato il turno di troppi, a partire dal Parma di D’Aversa che non vince, mi pare, dall’ottava giornata di ritorno nel quale ha prevalso, ad oggi, due sole volte.

Ripartiamo; non per vincere il campionato battendo CR7, ma per navigare fra il settimo ed il decimo posto, rango cui questa squadra appartiene.

Senza inutili processi: è cristallino comprendere quali siano state le problematiche di quest’anno. Sottovalutazione del problema? Forse sopravvalutazione di alcuni elementi. Detto che troppi infortuni hanno afflitto la rosa biancanera, partendo dall’eternodegenza di Barak.

Tutto qui. Game over, andata bene per l’ennesima volta di fila. Lasciatemi dire: con merito.

Andata bene, soffrendo: come si conviene a gente come noi. Inclusa la gara di oggi, tirata fino in fondo quando all’Udinese è spuntato il ‘braccino’ di un match-point ormai quasi deciso.

Ci sono cose che mi dispiacciono in una serata successiva ad un’eccessiva ‘leccata di adrenalina’ pomeridiana.

So che alcuni sostenitori, di certo in fondo contenti della permanenza in massima divisione, un pochino masticano amaro dato il fallimento del proprio gramissimo vaticinio di retrocessione. Qualcuno mi rimproverò la sicumera di salvezza ed alla radio dell’amico Lorenzo stentoreamente intimò: ‘ci vediamo a fine campionato’. Ecco, anche no. a posto così.

Quelli che pensavano naufragassimo una volta giubilato (troppo tardi) Davide Nicola: au contraire, mes fréres.

Quelli che ‘noi perdiamo in casa coll’Inter, poi a Frosinone e con la S.P.A.L., l’Empoli le vince tutte e siamo in B’. Fatevi vedere da uno bravo. Ma bravo, bravo.

Voglio bene a tutti. Davvero: ma a certe persone, indossato il morbidissimo e costosissimo cachemire d’ordinanza, riservo un abbraccio ed un ‘wafer’. Tanto a luglio rideremo di nuovo assieme.

Meno bene voglio ad una ‘persona’ (non riesco a trovare un sinonimo senza cadere nel suo stesso gioco) che oggi, commentava sapidamente il post di questa testata dedicato alle parole di Rodrigo su quanto bene si sia trovato qui a Udine, con un ‘tu si ma noi no di te handiccapato’. Sic.

A quest’individuo, il cui commento è stato cancellato (censura tardiva ma giusta) dico che essere diversamente abili non è una colpa. Lui lo usa come insulto e già questo lo connota per quello che è. Ho servito la Patria aiutando, per quel che potevo, questi ragazzi meravigliosi e la cosa che mi porto dietro sono le lacrime, loro e mie mescolate, al mio congedo. Mah, forse anch’io sono ‘handiccapato’.

Insultare DePaul, fautore del 50% dei punti della squadra quest’anno con reti ed assist, mi fa pensare che il massimo raggiunto nella vita da costui sia stato il terzo posto alla ‘coppa chiosco’ come maggior sovventore. Manco lì ha vinto.

Gli ribadisco la cosa che dico a tutti quelli che mi rivolgono insulti in privato: scrivete, sempre, la seconda cosa che vi passa per la testa, non la prima. Oppure state zitti: meglio instillare in noi l’impressione che siate dei cretini piuttosto che scrivere e fugare ogni dubbio.

Salvezza. Adesso le undici lettere fatidiche, che so indigeste a chi rifiuta anche di pronunciarle. Gli stessi che, per decenni, hanno insegnato al mondo come questo endecagramma si applichi non possono essere diventati degli incapaci.

Salvi.