Parlando con il direttore di questa testata, domenica sera, ci eravamo imposti di non scrivere un articolo su Kobe Bryant.

Cosa avremmo potuto dire che non fosse stato detto da tutti, anche da quelli che forse sino a ieri a malapena sapevano chi fosse Kobe? Solo per un’umana partecipazione che, alle volte, mi fa sperare che il genere umano sia meglio di quanto io pensi?

Come avrei potuto, io proprio io, evitare di essere patetico? E cosa avrei potuto dire che potesse essere di spunto per chi legge?

Nulla.

Eppure per me la scrittura abbrevia le sofferenze, sutura le ferite neanche tanto bene (tipo Rambo nei boschi di Brian Dennehy), mi avvicina ad una serenità che vedo sempre, comunque, lontana.

E allora ieri sera ho deciso di farlo. Di scrivere di Kobe. Prendendola, come sempre, alla lontana.

Bryant vive. Kobe vive, almeno per me. La sua famiglia, il mondo ha perso una persona splendida, semplice aldilà delle manie (anzi, della mania) e disponibile. Ha perso Gianna, che sarebbe diventata (lo dice Geno Auriemma, non io) una Kobe al femminile. 

Io ho perso un altro eroe.

L’ho raccontato mille volte di quando con gli amici del campetto si andava, al mercoledì pomeriggio, fuori dal Palazzetto Carnera ad aspettare i giocatori di Udine. In particolare Dražen Dalipagić, per ascoltarne le storie.

Perché per me lui, ma anche i suoi compagni, ad iniziare dal capitano Lorenzo Bettarini erano degli eroi. Faccio fatica, oggi, a vederli invecchiati senza pensare che lo specchio rende anche di me un’immagine diversa da quella che avevo negli anni ’80.

Faccio fatica: ma almeno ho sempre la speranza che ad un prossimo ‘gol a grappoli’ sul basket assieme a Sergione e Federico ci sia Praja, o Dragan Kićanović cui poter dire, con presunzione, ‘hvala, druže’.

Invece a Kobe non potrò mai più parlare, se non in un sogno vero e proprio. Né lo farò con Dražen Petrović, il diavolo di Sebenico, altro ragazzo strappato dal mio mondo e lanciato nell’empìreo che si sta facendo, per me, troppo affollato.

Ho un’età nemmeno lontanamente verde; ho avuto la fortuna di vedere la generazione di Magic, Doctor J, Larry e Alcindor; quella, successiva e straordinaria, di Michael, Scottie, Toni Kukoć, Dino Rađa e compagnia. So cosa sia l’Unione Sovietica, e la Jugoslavia ‘plava’, nel basket; ed ho visto Kobe, e ho visto LeBron.

Dal vivo? Un paio di volte. Ma oggi di tecnica sul campo non si parla.

Si parla del fatto che mi sono sempre sentito un cretino perché per me il basket, ad occhi chiusi, è il ‘toc, toc’ della palla sul parquet; ancora di più (sono malato e lo so) il rumore che fanno le scarpette sul parquet, alle sterzate ed ai cambi di direzione dei giocatori.

Invece anche a Kobe questi erano segnali che dicevano ‘ecco: è basketball’. E questo me ne rende la mancanza ancora meno sopportabile. Così come atterrare a San Francisco, accendere il cellulare e scoprire che a poche ore a sud uno dei simboli dello sport che amo era ormai nel vento.

A lui, come a Dražen Petrović, dico solo ‘doviđenja, druže’, arrivederci, amico.

Perché ancora oggi, due giorni dopo, non passa minimamente. Ed essere a Chicago, prima dell’All-Star game, non aiuta.

Stavolta il cielo ha sbagliato. Oppure è stato egoista. Ciao, Kobe da Philadelphia, provincia di Montecavolo.

Sezione: Editoriale / Data: Mer 29 gennaio 2020 alle 10:46
Autore: Franco Canciani
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