Nicolò Zaniolo ha fatto il punto della situazione in casa Udinese ai microfoni di TV12. Queste le parole del numero 10 bianconero partendo con la vittoria contro il Torino, nel giorno del cinquantesimo anniversario del terremoto del 1976: “Sapevamo tutti l’importanza, due giorni prima è venuto anche il direttore Collavino dopo una seduta a video per preparare la gara. Ci ha spiegato l’importanza della ricorrenza per tutto il Friuli. Ci tenevamo tantissimo a vincere la gara, abbiamo celebrato la data nel migliore dei modi. E’ stato bellissimo perché, intanto, i 3 punti è sempre bello portarli a casa, poi a maggior ragione per ricordare la catastrofe successa, volevamo dare un motivo per festeggiare. Udine e il Friuli lo meritano”.
Da marzo in poi i vostri numeri sono stati in netta crescita:
“Come tutte le cose c’è sempre bisogno di tempo, sono arrivati dei ragazzi nuovi, dovevamo conoscerci. Abbiamo fatto grandi prestazioni, ci è mancata un po’ di continuità nell’arco del campionato, ma stiamo dando tutto. Non abbiamo dato tutto il potenziale che abbiamo, ci sono ragazzi che nel giro di pochi mesi o pochi anni faranno parlare molto. Siamo un bel mix di giovani ed esperti, con la continuità possiamo fare delle belle cose”.
Forse è un po’ un peccato non aver trovato prima la continuità che state avendo ora, forse si poteva sognare:
“La stagione è lunga e ci sono tanti alti e bassi. Lo vediamo anche nelle grandi. Il campionato di Serie A è lungo e difficile, non è facile avere continuità di prestazione. Quando perdiamo impariamo, partite come quella di Firenze non sono più successe, non siamo più entrati molli o scarichi. Siamo una squadra che ha bisogno di esperienza. La gara di Firenze ci ha insegnato tanto, siamo migliorati tanto anche da lì. La costanza e la consistenza delle partite verranno, ora però ci godiamo questo momento”.
Manca solo un tuo gol, ti pesa?
“Non sono una vera prima punta che vive per il gol. Ultimamente sto segnando meno, ho trovato più gol a inizio stagione ma meno assist, ora sto trovando qualche assist in più. In primis devo dare il mio contributo per la squadra, poi è chiaro che segnare fa sempre piacere però se mi dicessero che nelle prossime tre gare farò tre assist va bene uguale”.
A Udine stai ritrovando i numeri di inizio carriera:
“Diciamo che quando sono venuto qua ad Udine mi chiesero quale fosse il mio obiettivo, ho detto che volevo tornare a essere me stesso, tornare a innamorarmi del pallone e a divertirmi. Quando in campo sei te stesso le prestazioni diventano positive, la mente è importantissima nel calcio. Negli ultimi due tre anni ho avuto varie vicissitudini e non sono riuscito a esprimermi al meglio, ma le qualità non spariscono. Sono stato fortunato a trovare un ambiente come questo, che mi ha fatto fin da subito sentire in un progetto importante, poi piano piano le prestazioni sono arrivate. Poi c’è chiaramente il lavoro quotidiano, il capire come gioca la squadra, mettersi a disposizione. Le fondamenta però sono fatte dalla fiducia di staff, società e tifosi”.
Da dove nasce la scelta dell’Udinese?
“Non nego che ero arrivato a un punto di non ritorno. Le occasioni stavano scarseggiando. La parentesi all’Aston Villa era cominciata bene e poi si è chiusa male. All’Atalanta sono subito partito con il deficit dell’infortunio al piede, non riuscendo così a fare le cose che mi chiedeva un grande tecnico come Gasperini. Poi alla Fiorentina anche non sono riuscito a esprimermi, stavo rincorrendo qualcosa di sempre più difficile. Queste era l’ultima occasione per stare a grandi livelli e l’ho colta subito. Ho sempre saputo che l’Udinese è abile e brava a far rinascere e crescere giocatori. E’ stata una combinazione perfetta e ho saputo sfruttare al massimo questa occasione”.
Prima di arrivare sei stato in contatto con Inler:
“Sì mi sono sentito con lui e con il mister, abbiamo fatto varie videochiamate. Il problema è che per lasciarmi andare il Galatasaray voleva un altro giocatore. Sono rimasto in bilico, poi per fortuna hanno preso Gundogan e mi hanno liberato, è stata una cosa degli ultimi cinque sei minuti di mercato”.
Hai vissuto una carriera ricca di alti e bassi tra i successi a Roma, gli infortuni e i tanti mesi fermo:
“Penso che la mia sia una carriera non lineare, è stata ricca di colpi di scena e di cose anche difficili da passare. A Roma all’inizio ero sulla cresta dell’onda, poi mi sono rotto il ginocchio destro in una delle mie gare migliori. Il primo infortunio però l’ho preso come una sfida da superare, un infortunio, anche se grave, a un calciatore può capitare. Il secondo è stata una bella mazzata. Rientravo, mi sentivo già bene, avevo fatto qualche gol. Poi in nazionale mi rompo il secondo. In sei mesi mi sono rotto due volte il crociato e chiaramente mi chiedevo, con quindici anni di carriera ancora davanti, quante volte mi sarei potuto rompere di nuovo. Ho stretto i denti e mi sono rimesso a lavorare, sono rimasto fuori 6 mesi la prima volta e 9 la seconda, un totale di 15, sono stato fermo quindi praticamente un anno e mezzo. È stata veramente dura perché non ho potuto vivere il calcio con i miei compagni. Non ho mai chiesto aiuto a psicologi o altro perché non ne sentivo il bisogno, sono infortuni che mi hanno fatto crescere. È cambiato come vivo anche solo la palestra, per me prima era noiosa, adesso sto molto attento a come lavoro per far stare bene la gamba. Sono esperienze che mi hanno permesso di strutturarmi meglio”.
Quanto ci sei rimasto male per non aver vestito la maglia dell’Italia?
“La nazionale penso che sia il sogno di qualsiasi ragazzo quando comincia a giocare a calcio e il massimo livello a cui un giocatore può ambire. Ho sempre sognato di giocare un Mondiale, mi ricordo di quando nel 2006 l’Italia lo ha vinto, ero in Francia a vedere la finale. La nazionale è l’unico modo per riunire tutte le tifoserie, una cosa stupenda. Ci tenevo tanto e uno dei miei più grandi obiettivi è far parte di quella rosa. Poi chiaramente c’è chi fa scelte e vanno rispettate. È un momento difficile per la nazionale, ma bisogna restare tutti uniti. Ci sono ovviamente rimasto male perché ci tenevo tanto, ma tempo ne ho ancora”.
Stai cambiando molto a livello di personalità in campo, sei uomo squadra. E’ dovuto alla maturazione o perché ti senti leader tecnico?
“Quando ti senti parte di un progetto e sai di essere importante per la squadra ti carichi di responsabilità in maniera inconscia. In campo sai di poter fare la differenza. Sono contento di essere così, naturalmente anche la mia esperienza mi porta a dare qualche consiglio ai più giovani, a Nunziante, Bertola, Zanoli. Siamo un grande gruppo, in campo cerco di dare una mano non solo dal punto di vista tecnico ma anche a livello umano e caratteriale, serve un giocatore capace di guidare la squadra anche a livello comportamentale, mi sento di essere uno dei leader e voglio continuare così”.
Come ti fa sentire l’avere tante tifoserie contro?
“Quando le tifoserie ti beccano vuol dire che un po’ ti temono, mi piace perché mi gasa, naturalmente si resta sul campo, parliamo di calcio. Le tifoserie di altre squadre in campo mi fischiano, poi magari il giorno dopo mi chiedono una foto, così è una cosa che ci sta”.
La 10 l’hai chiesta tu o te l’ha data l’Udinese? L’hanno indossata giocatori come Zico e Di Natale:
“Quando sono arrivato ho visto che la 10 era libera, ho chiesto con la massima umiltà se fosse possibile averla. Mi è stato detto che era una grande responsabilità visti i nomi che l’hanno indossata. Sarò fortunato se farò anche solo la metà di quello che hanno fatto loro, però è anche il numero più bello che c’è. L’Udinese mi ha dato l’apertura e ne sono stato felice, quando una società ti concede la 10 considerandoti al centro del progetto ti senti subito in fiducia e sul pezzo per dare tutto”.
Il futuro?
"Come ho sempre detto, e il passare dei giorni ha consolidato l'idea, ho una riconoscenza incredibile per quanto fatto dalla società. Parleremo con la società, ma sono disponibile a restare, anche tanti anni. Dobbiamo ancora parlare, ma mi siederò e prenderò in considerazione qualunque proposta mi farà l'Udinese, sento tanta riconoscenza verso questa piazza".
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