Questi brutti pensieri miei: united we stand

16.02.2019 18:30 di Franco Canciani   Vedi letture
Questi brutti pensieri miei: united we stand

È facile stringersi attorno alla bandiera quando essa garrula sventola nei cieli d’Italia e non solo. Difficile ricordarsene quando tutto sembra andare a pezzi.

Ed ecco che molti si inebriano d’altro, ché in fondo non è obbligo del medico prendere una determinata parte.

Il calcio non fa eccezione. La fanno alcune piazze.

Ecco: noi, per esempio. Cito gli immortali, come Esopo nel titolo, perché mai come ora nello sconforto tinto di biacca e carbone tutto attorno all’arena scorgo unità d’intenti.

Magari non espressa: chi vuole tacere, chi sostenere; chi voltare le spalle, chi disertare. Tutto sommato questo è consolante.

Consolante quanto lo può essere mentre le cose, onestamente, vanno male. Per colpa di chi? Storia vecchia.

La rosa è lacunosa, vero; la dirigenza comunicativamente discutibile, vero; lo staff però, che mi viene fatto passare per vittima della situazione è invece pienamente, secondo me, parte in causa. Mi spiego.

Non ditemi che un allenatore viene a Udine senza sapere quali siano le note caratteristiche richieste per avere il posto: lo sappiamo noi, lo sa di certo chi accetta. Come anche coloro i quali hanno declinato.

Non ditemi che un allenatore firma senza avere dato un’occhiata alla rosa ed a come questa giochi e si comporti.

Non ditemi che un allenatore pensa ‘intanto mi siedo in panca poi mi rifanno la squadra secondo le mie esigenze’. Mai capitato. L’ultimo ad avere (grande) successo è stato costretto ad iniziare da capo ogni anno per quattro stagioni con giocatori nuovi e non certo ‘i prescelti’. Non credo, almeno, egli abbia pestato i piedi per Neuton, Ekstrand, Ranegie e compagnia.

Ed allora presentandosi in campo senza ‘piano B’ basta un errore per compromettere tutto. Dopodiché mi sono rivisto la gara di domenica e negli ultimi 20’ si meritava ampiamente il pari. Per tutta la ripresa il Torino se n’è stato ancora più a guardare rispetto ad un primo tempo di pressione sterile ed una sola, vera occasione prima della rete di Aina. Ragione di più, la dimissione granata, per osare qualcosa di più che tre (tre) contropiedi malriusciti.

Solo per dire che quando si è in crisi anche la sorte recita lo stesso copione: Eupalla essendo impegnata a guardare altrove.

Nel titolo che inneggia all’unità (di buoi e leone, nell’ellade originale) dovremmo immergerci tutti. Dovremmo. Il centro, però, non è la ‘proprietà’ né i giocatori; né la dirigenza, né lo staff tecnico. Il centro della città, l’ecclesia’, è il pubblico: pagante, ex-pagante, affollante i bar o gli streaming ‘sportivi’. Il pubblico.

Prima lo si capirà, meglio sarà. Ormai per obsoleti arnesi come il sottoscritto non è più tempo di inneggiare al passato, se è vero (come è vero) che una persona più esperta ma annosa di me ha apostrofato come ‘paleocalcistico’ il mio radiofonico ed affettuoso ricordo di Luciano Re Cecconi.

È stata, il (tardivo?) silenzio della parte più calda di questa piazza calato due gare fa sull’Udinese di Nicola, la reazione pacata ed educata di chi, dopo troppi mesi di umiliazioni podos-agonistiche, di soldi spesi, ore spese, imprecazioni masticate fra i denti ha deciso che, forse, è stato troppo.

Allo stadio, alla tele, sui PC dovrebbe valere lo stesso messaggio: unità. Questa piazza non è esplosa né disgregata, semplicemente avvilita da sessanta mesi di spettacolo modesto, di qualche sprazzo di luce in un cielo calcisticamente buio, di pochi giocatori, qualche calciatore e moltissimi calcianti e pedatori. In ogni film americano c’è sempre un ‘però’… Ed ecco un comunicato che obiettivamente ci attendevamo: si sospendono gli ‘ostili’ silenzi, si torna a tifare, ché ’il calcio è un grande rito che devi rispettar’.

Chi di dovere sa, da personale amico che conosce le mie opinioni, per quel nulla che possono contare, che avrei preferito il sipario rimanesse calato sui cori della curva fino al novantesimo dell’ultima gara. Mi sarebbe piaciuto un Udinese-Torino II, con la curva ferma per un tempo intero, dopo la gara, a cantare quasi a sottolineare la propria superiorità rispetto alla squadra. Modesta.

Invece due gare in silenzio, poi si ricanta; due gare che sono fruttate un punto. Due gare, un puntolino bianco in un periodo decisamente nero, nerissimo e durato tanto, tantissimo.

Non cambia nulla. Quel che penso non cambia nulla. Mi sarebbe piaciuta però una piccola ‘virgola’: quando si citano i vertici societari cui viene riferita la linea di confronto, una frase tipo ‘vertici che nel tifo non esistono’ (riferita alle presunte dichiarazioni di fine settimana scorsa) sarebbe suonata, alle mie orecchie, definitiva. Esistono rappresentanti di alcune parti di sostenitori; non ‘vertici’ dei medesimi. La mediazione è comprensibile, ma i rappresentanti dei supporter sono essi stessi supporter.

Tutto qui, una parentesi grigia nel cielo di febbraio.

Si gioca col Chievo: le paure esemplificano il disagio di una squadra che deve reagire sul campo per non tramutarle in vero panico. Chi giochi m’interessa poco, spero solo riescano nell’intento di praticare un calcio guardabile. No: quando Nicola dice in conferenza che dopo la rete di Aina l’Udinese si è liberata di un peso e ha fatto sul campo quanto preparato dimentica una buona oretta di nulla.

Pazienza: la curva canterà, qualcuno segnerà e magari le andrà sotto battendo il pugno sul cuore. Qualche fan dimenticherà tutto, ebbro d’amore per i colori.

Io, purtroppo, no. Perché i chiodi sono quasi novanta: tac, tac, tac, tac…