12 marzo 1978: grandina sugli alabardati

12.03.2019 23:08 di Franco Canciani  articolo letto 1399 volte
12 marzo 1978: grandina sugli alabardati

Tanti anni fa, forse troppi. Mancava circa una settimana al mio nono compleanno, il diciotto; il giorno successivo mio papà mi avrebbe portato con sé a Piacenza (rete di Ulivieri, onore delle cronache al martedì come gara simbolo della settimana in terza serie) ma quel giorno si celebrava il derby contro i rossoalabardati di mister Vasco Tagliavini, quattro stagioni bianconere una quindicina d’anni prima.

Era la Triestina del biondo Mitri, del baffuto portiere Bartolini, di Schiraldi e Politti, Franca, Tojo Muiesan.

Gara sentitissima: all’andata uno 0-0 tattico e non molto bello; un campionato diametralmente opposto. L’Udinese domina, solo i nerostellati di Casale a contendere la prima posizione; i biancorossi giuliani impegnati invece ad evitare le ultime otto piazze, che con il nuovo ordinamento sarebbero equivalse alla C2.

La situazione fu in equilibrio, eufemismo, per nove minuti: poi fu grandinata. DeBernardi due volte, Claudio Pellegrini altrettanto, il solito Ulivieri e il ‘mio Zé Pasquale’ Fanesi composero un sestetto straordinario, ineguagliabile, leggendario.

Era l’Udinese di mister Giacomini: un’Ital-Ajax straordinaria, quell’Arancia Meccanica in cui i terzini erano ali e le ali terzini, in cui libero e stopper impostavano il gioco e l’anno successivo avrebbe proposto il primo ‘falso nueve’ italiano (Bilardi). Quanta poesia quell’anno!

Chi oggi ritiene di aver visto il nuovo stadio pieno, gli spettatori seduti sui multicolori posticini numerati, non ha vissuto i nostri anni: tutti in piedi, assiepati dappertutto: anche sulle curve ancora coperte d’erba. Non ancora assisi sull’arco di cemento (sic!), i tifosi grondavano entusiasmo e temperature emotive ben superiori ai primi tepori quasi primaverili. Ufficialmente ventimila biglietti staccati, secondo me (ma la memoria d’un bambino spesso esagera) almeno cinquemila presenze in più.

Devo essere onesto: non provai un solo secondo di pena per il povero Vasco, che non ci capì nulla; per Luciano Bartolini, che oltre alle cinque palle nella rete rischiò in un’altra mezza dozzina di occasioni; ancora di meno, di pena intendo, ne ebbero i tifosi che fecero passare per tutto lo stadio una bara rossoalabardata. Erano anni ruggenti, erano anni così.

L’Udinese, dalla partita contro il Seregno a quella verso l’Omegna, inanellò nove vittorie di fila interrotta nella risaia di Casale, sotto un’incessante pioggia: ma quella giornata rimase nei cuori, nelle menti e negli annali. Tre reti nei primi venti minuti, altre tre nella ripresa.

Sono gare che dovrebbero ricordare come il calcio a Udine non nasce negli ultimi trent’anni, senza dover affondare nella memoria agli anni di Nilla Pizzi, di Modugno, dei primi urlatori e della cagnetta Laika.

Sono le gare che mi hanno fatto vieppiù innamorare di questi colori. Tanto da conservare, ancora, la copertina di un giornalino alla gara dedicato.