Ieri è finalmente finita l’agonia chiamata calciomercato; i colleghi di Tuttoudinese hanno presidiato l’hotel sede delle trattative, guadagnandosi stanchezza e freddo. Di colpi neanche l’ombra.

E in questo piattume poteva fare eccezione l’essepià di cui sempre meno scriviamo? No. Di certo.

Passano gli anni, le stagioni, il disegno del bianconero sulle maglie; i dirigenti, i giocatori, gli allenatori: stanno iniziando a tramontare anche i ricordi, il bonus guadagnato con le venti e passa stagioni di massima serie, con le serate magiche in Champions; sbiadiscono piano piano le immagini di Totò, Quagliarella o più tardi Alexis.

Non credo per colpa mia. O di chi, come me, cerca di spiegare spiegarsi perché certe cose avvengono.

Ho letto con attenzione quanto scrive l’amico Giacomo, da cui mi distanziano chilometri, età (lì vinco io per distacco) e podos-atarassia (anche qui prevalgo); apprezzo il suo farsi sempre tifoso, scrivendo non meno di quel che prova al momento di vergare le sue pagine.

Quel che credo io (pedigree scientifico, caro Bro) è racchiuso nel terzo principio della dinamica di Isaac Newton applicato all’Udinese: a forza di tirare la corda, anche il più buono scoppia. Anzi, decide il silenzio.

Silenzio: l’inaudita reazione decisa dalla parte più calda della tifoseria (che brutto termine, sa di malattìa: diciamo dei supporter) in risposta a un paio di centinaia di gare devastanti messe in campo dai bianchi e neri. Con la prospettiva di ospitare la Viola, squadra che segna poco e gioca quasi senza punte. Calma, era ironica.

Ho sempre cercato di veder la situazione in maniera distaccata; cercato di capire e spiegare come mai la dirigenza spenda soldi per due, tre prospetti foresti anziché concentrarsi su una pedina, di sicuro affidamento, che già avesse calcato i palcoscenici italiani.

Abbiamo dato credito a Pradé, uno di certo bravo ma adattatosi in fretta all’attuale ‘sistema Udinese’, ché di progetto preferirei non parlare più.

Ed eccoci qui: escono una mazzetta di ragazzotti che avrebbero, parole della società, dovuto garantire il futuro radioso udinese sul percorso tracciato dalle reti di Totò e compagnia giocante al calcio. Pontisso, via; Coulibaly, via; Mallé, Wague, Iniguez, Vizeu via.

E chi prendiamo? Tralascio gli esuberi della società giallonera, in un’ottica aziendale si spostano dalla sede centrale le pedine ritenute meno indispensabili, si chiama mobilità. Non me li chiamino però ‘acquisti’, come scrivevo sabato scorso dalla perfida albione gli utenti del servizio (i supporter) non vanno presi in giro.

I rinforzi si chiamano Sandro. Un ragazzotto dal passato radioso, dall’età ancora verde ma dal fisico probabilmente provato da tante, troppe battaglie. E Katuma, sacrificato dalla Società Polisportiva Ars et Labor di Ferrara. Non esattamente una ‘top’, con tutto il rispetto.

Mi viene in mente una scena di ‘la pazza storia del mondo’ di e con Mel Brooks: costui, in fila per ritirare un romanissimo sussidio di disoccupazione in quanto filosofo non impiegato, si vede chiedere ‘ma almeno hai cercato un lavoro?’

Ecco: questo chiedo alla dirigenza. Ma ci stanno provando?

La mia è una risposta triste, che posso fornirmi da solo dato che i vertici bianconeri tacciono. Da tempo.

Perché? Perché nessuno, al netto delle frasi di circostanza di Daniele Pradé, dice una parola da secoli se non rare e laconiche interviste ad un solo giornale? Perché nessuno rende noto agli utenti quale sia l’intendimento della società?

La risposta triste che mi fornisco da solo è che, con tutta probabilità, l’interesse verso il bianco ed il nero sta scemando verso il nulla. Tanti, tutti attribuiscono responsabilità ad uno solo dei componenti la ‘famiglia’: credo invece le due generazioni si confrontino.

L’idea-Udinese come ce la ricordavamo non funziona semplicemente perché il mondo del pallone è ormai globalizzato, e pescare i Sànchez al prezzo di un serie-D-italiano è ormai infattibile. Inoltre ci si è forse accomodati sui complimenti ricevuti, sulle ultime tre squadre quasi sempre inferiori (per cui categoria garantita per un altro anno), sul rapporto splendido con gli alti potentati del calcio italiano.

L’idea-Udinese come ce la ricordavamo non funziona semplicemente perché oggi servirebbe una delega totale all’Osti di turno (uno che a Genova volevano far sparire due anni fa, ricredendosi alla luce del suo operato successivo), ma anche ad un Gasperini che porti un ‘credo’ di gioco efficace, condiviso, spiegabile, affidabile a giocatori non sempre di primo piano (vedasi Gagliardini) ma implacabili all’interno del suo meraviglioso schema.

L’Udinese aveva, in tempi diversi, l’uno e l’altro: sacrificati per la ragion di stato: l’unica cosa che conta è la centralità delle decisioni. Punto.

Conta nulla che io trovi questo giusto o sbagliato: così era, è, sarà. Ma la succitata globalizzazione ha risucchiato l’Udinese in pastoie che la vedevano triste protagonista quando le risorse in campo erano diverse, inferiori, quasi sempre domestiche e nostrane.

Molti mi hanno chiesto cosa pensi della decisione di Curva e AUC; nutro amicizia per troppe persone in campo, che mi perdoneranno se trovo la scelta condivisibile, ma del tutto inutile.

Perché? Perché i destinatari della critica (opinione personalissima) probabilmente daranno peso relativo alla contestazione; perché chi accusa l’associazione dell’amico Daniele Muraro e in generale gli abbonati di correità non conosce le cifre di questo calcio.

L’ideale dei gestori del pallone di oggi sono gli stadi vuoti. Meno spese, più resa. La quota derivante dall’introito diretto è del tutto marginale sul totale; e sono ultracerto che i non-più-abbonati e/o obiettori-di-payperview se ne vanno al bar, ‘un caffè e la vedo gratis’. Ecco: chiedete al vostro esercente il costo dell’abbonamento col calicetto in basso e forse certi ragionamenti li esprimereste in forma differente.

Ci ho sperato, tante volte: con lo sgarfatore, con Oddo, col primo tempo contro il Benevento della scorsa estate: eppure il mio cuore bianco-e-nero è retrocesso alla rete di Faraoni. Linea piatta, lo stiamo perdendo, lo dichiariamo morto alle ore 16:45 del 22 aprile 2018.

L’orchestrina continuerà a suonare: qualche televisione dirà che la Juventus stava cercando Sandro ché Khedira è spesso infortunato; il mantra della proprietà che ha portato a Udine spettacolo e serie A per anni proseguirà.

La verità è che quando al titolare non interessa migliorare la qualità dello spettacolo, se riesce a vendere il proprio prodotto a cifre soddisfacenti, un cinema vuoto in più o in meno conta zero. Persino CR7 non causa più stadi esauriti, eppure nessuno a Torino suona l’allarme rosso.

E domenica io la guarderò: sul solito streaming acrobatico. Conosco il finale, non ne posso fare a meno. Già: sono còrreo pure io.

Sezione: Primo Piano / Data: Ven 01 febbraio 2019 alle 21:33
Autore: Franco Canciani
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