L’orchestrina

20.01.2019 12:00 di Franco Canciani  articolo letto 1900 volte
L’orchestrina

Per l’amor d’Iddio, nessuno osi criticare quel che succede. Tantomeno io, che sono solamente una pessima testa di calcio.

Limitiamoci, quindi, dal basso della nostra capacità di comprensione ad osservare cose sparse. Sparse.

Chi ne sa molto e parla in televisione dice ‘perso (contro il Parma, nda) per errori personali’: nì. Errori commessi ce ne sono stati, ma il Parma ha Stulac e l’Udinese no; ha Gervinho e l’Udinese no; ha Biabiany (non Garrincha) e l’Udinese no. D’Aversa (non Mourinho) e dirigenza hanno costruito da zero una squadra funzionale che gioca come neanche negli anni cinquanta. Ventotto punti, ha ragione lui e io sto zitto.

Chi ne sa molto stende accorati pezzi inneggianti a Scuffet, vittima della cattiva gestione e giubilato solo in quanto friulano. Quasi fosse questo il peggior peccato, quello originale, di una dirigenza ormai più che discutibile (nel senso che se ne può parlare, a beneficio di chi si sente al di sopra di bene e male).

Con tutto il dovuto rispetto, Simone (ragazzo adorabile) non ha giocato quando gli sono stati preferiti portieri migliori (Orestis, Musso) o quando è parso in netta difficoltà (l’anno passato). In coppa ha giocato il modesto Nicolas perché a Parma avrebbe difeso lui (Musso essendo infortunato) la porta bianconera; ha sì meritato la copertina contro il Chievo (dice ‘abbiamo vinto grazie a lui’), ma contro il Parma senza il suo errore si sarebbe vinto.

Rifuggiamo le gallianate, quelle che ‘dal 20 al 23’ dei primi tempi il Milan è la squadra migliore del mondo’; parliamo in termini globali, invece. Il girone-Guidolin vide un Simo superprotagonista, giovanissimo e senza pressione; appena l’asticella si alza, l’ho visto frenato proprio dalla friulanità e dalla responsabilità di difendere la porta della propria gente. L’annata di Como è la vera crudeltà commessa ai suoi danni, costretto come fu a chinarsi settanta e più volte da una squadra costruita per scendere di categoria, e di corsa. L’avventura turca non gli può che fare bene: lontanissimo da casa, dagli affetti e dagli amici, SImone potrà dimostrare, se ne ha, le qualità che molti gli riconoscono. Chi però mette Musso sotto schiaffo perché Scuffet è friulano (e sarebbe l’esatto contrario se si fosse chiamato Jean-François Scuffé e Musso fosse invece Toni da Rizzi) non fa il bene del proprio idolo, né ragiona con obiettività: Simo al posto di Musso avrebbe preso due reti, ieri sera. Quelle che abbiamo subite. Punto.

Chi ne sa moltissimo dice che a questa squadra mancano solo i risultati. Ho dovuto risentire sei volte la dichiarazione, rileggerla dieci per convincermi di aver udito, letto e compreso correttamente. Siamo quasi a febbraio, amici miei, e queste difese corporativistiche di un lavoro purtroppo insufficiente, perlopiù a mercato aperto, non mi rendono certamente sereno. Dico insufficiente, riferendomi al lavoro di costruzione della squadra, non perché abbia o meno in simpatia alcun dirigente (o ‘proprietario’) dell’Udinese calcio S.p.a., ma perché questo dicono, appunto, i risultati. Vorrebbe qualche dirigente convincermi che ieri sera i ducali di Pizzarotti hanno vinto immeritatamente? Che vantino dieci (dieci!) punti in più dell’Udinese per intervento divino? Che i ripetuti errori, davanti e dietro, benché occasionali siano state casualità dovute alla divina Eupalla, che in quanto capricciosa premia sempre chi vuole ma va ammaliata onde accaparrarsi le sue grazie?

Penso di no. Perché continuo a pensare ad esempio che qualcuno all’Udinese avrebbe potuto tranquillamente prendere l’auto, due anni or sono, andarsene a Koper a veder giocare un ragazzo di 22 anni che tiene il centrocampo come un bijou, regge il colpo quasi da solo e sarebbe ‘venuto via’ con 350,000 euro. Pazienza. Era l’anno in cui arrivarono Rodrigo e Seko, ma anche l’anno di un esborso totale di 7 milioni per Perica e Ewandro. Ri-pazienza.

Al netto di una gara, quella di ieri, in cui (ma va?) si è visto come con una punta pesante (forse ancora troppo, pesante) davanti l’Udinese può respirare meglio; purtroppo Kevin Lasagna pare ancora ectoplasmico, quando anche l’ennesimo alibi è stato abbattuto. E dietro c’è confusione: lì, in mezzo al campo manca un ordine costituito da un uomo che metta in riga i compagni. Abbiamo capito che non sarà Balic, destinato a terminare la stagione nel Limburgo neerlandese.

De Paul? Ieri da cinque. Lo giustificano, ‘gli fa fare il mediano’: va bene, ma a un metro dalla porta (anche se defilato) la palla la deve mettere nello specchio e non centrare il palo. L’Udinese dipende maledettamente da lui, che dal cambio di tecnico in poi non ha ancora trovato passo e posizione.

Ma le colpe per diciotto punti in venti gare stanno molto più in alto: già, perché mancheranno anche solo i risultati, ma per quanto ne so su questi sono l’unico metro di giudizio possibile.

Risultati: chi mi parla ancora dei vent’anni di serie A e compagnia passata mi ricorda che l’Udinese è una straordinaria società, gestita impeccabilmente dal punto di vista finanziario. Sono d’accordo.

E quindi risultati: il giro finanziario si chiude solo se il risultato sportivo non è modesto come ormai da cinque anni capita a queste latitudini. Altrimenti la giostra si ferma. Prima o poi.

Ma se invece salvarsi alla trentottesima basta e avanza, osservo due sole cose.

Primo: chiederei di non imbonire i tifosi i quali, pochi o tanti, sono i committenti dello spettacolo e (spesso) pagano diciannove recite in anticipo. Diciamoci la verità e quel che ne deriva sarà onestamente accettabile. Non mi si può dire altrimenti che la rosa va bene così, a meno che una media di 0,7-0,8 punti a gara sia ritenuta commisurata alle attese. A gennaio si trovano solo scarti? Sì, verissimo. Anche Soriano, Sansone, Gabbiadini lo sono. Dipende da dove arrivano…

Secondo: mi sale l’acido dallo stomaco quando sento una serie infinita di giustificazioni, ad ogni livello: tecnico, dirigenziale, comunicativo. Ne parlavo con un collega stamattina, e (con il cuore gonfio) mi è salito automatico il titolo per questo pezzo.

Ispirato a quell’orchestrina da nave, la quale con il natante ormai inesorabilmente destinato al fondo dell’oceano, invitata dal comandante ad allietare le operazioni di sbarco delle scialuppe rimase lì, a suonare ‘valzer nuziale’ come nulla fosse. Tralascio la loro sorte finale.

Seguo questa squadra da quarantasette stagioni; da quando a malapena leggevo, scrivevo, capivo più che una palla in rete. La seguo, non l’ho mai ‘tradita’ e, da commentatore delle cose bianchenere, mi piacerebbe ricevere lo stesso trattamento.

Io. Lo stesso per tutti voi.