E l’asina vide l’angelo

07.02.2019 17:19 di Franco Canciani   Vedi letture
E l’asina vide l’angelo

‘Se sostenessi di non amarti più, sussurrò l’asina all’angelo, direi una bugia’.

Su questo assunto si basa l’intera politica comunicativa della squadra che meno mi risulta indifferente.

Nick Cave mi perdonerà, dall’alto della sua poesia, se ne ho carpito il titolo d’un libro che ho compulsato in italiano ed inglese, ed amato senza compromessi. Mi perdonerà anche il direttore tecnico dell’Udinese, se mentre egli offre il petto ai miei strali che nemmeno San Sebastiano io, in qualche modo, infierisco.

Non lo meriterebbe, Daniele Pradé: non tanto per il suo passato, ma poiché adombra responsabilità condivise a cagione di un lungo periodo di modesti spettacoli. Rea, parte del pubblico, di aver assistito in silenzio alla gara contro la Viola ed aver ironizzato sul progetto alla fine della stessa.

In maniera un pochino pedante egli sottolinea come nel calcio esista un programma, non un progetto.

Ah, beh.

Un operatore ecologico raccoglie immondizia come uno spazzino; un necroforo comunque ci accompagna all’ultima dimora; programma o progetto cambia pochissimo, entrambi risentono della mancanza di ciò che a queste latitudini si chiama schedule. Tempi e metodi, in fabbrica come nel pallone.

Se nella mia azienda investo ventimila euro in viaggi verso, invento, il Liechtenstein (che non è la nazione di Barak, vero Ste?) perché penso sia il nuovo Eldorado e poi non cavo il classico ragno dal buco, non c’è programmazione; se accolgo un compratore estero e non gli faccio trovare quello che si aspetta, non c’è programmazione.

E in una società per azioni vale lo stesso: inutile sbandierare la somma (ingente, ma di questi tempi non esagerata) sborsata per acquisire prestazioni tecniche di giocatori: se il risultato dice un punto, scarso, a partita non c’è programmazione. O meglio, se è funzionata da orologio svizzero in un periodo lunghissimo di tempo, dal 1993 al 2011 o giù di lì, così dovrebbe farlo oggi. No?

No.

Ammiro Daniele Pradé; stigmatizzo chi ne nota il leggero rossore adombrando poca lucidità dovuta a qualche bicchiere, perché questo umorismo provinciale non si addice a chi tiene all’Udinese. Ammiro Pradè, lo dico senza ironie, perché sta cercando di tenere la barra a dritta, manifestando sentimenti non suoi, contrabbandando una certa apprensione che sarebbe meglio espressa de visu anziché de relato.

Sto troppo in giro. Lo dico non per tirarmela, ma perché certe volte leggo le cose di casa mia con occhiali non adatti. Sto troppo in giro e penso che sarebbe così facile presentarsi, magari neanche al solito duopolio televisivo-cartaceo ma offrendosi alla stampa tutta, per dire ‘abbiamo creduto che gli acquisti fossero definitivi, invece la maggior parte dei giocatori presi negli ultimi anni non si sono rivelati all’altezza’. Difficile? Davvero? Io misuro la grandezza delle persone per la capacità di guardarci negli occhi e rivelarci le debolezze, non mai dalla misura del portafoglio o delle capacità professionali. Delle quali, nel caso specifico, non dubito anche perché non avrei i mezzi per farlo.

Mi piacerebbe così tanto saperne di più.

Sapere se Bajic, Balic, Vizeu sono in prestito temporaneo o capitoli chiusi.

Sapere se quando hanno acquisito Teodorczyk davvero non si sono accorti del problema fisico: nemmeno quando lo hanno visto correre in quella maniera così impacciata e lontana dagli higlights disponibili sull’internét.

Sapere se qualcuno ha avvisato Daniele Pradé che la sua assunzione, ‘abbiamo cambiato molto, diventiamo adesso squadra’ è confutata da quello che succede, ogni anno, dal 1993. Da quando Genio Dell’Anno fu ceduto all’Inter in cambio di una carrettata di denaro, con la quale acquistarono Fausto Pizzi mentre una parte andò ‘a tetto’.

Sono esegeta di questo sistema, chiamato non a caso ‘sistema Udinese’, se vuole gliene parlo volentieri. Anni, nomi, non le cifre ché spesso sarebbero confutabili. Via Pizzi dentro Rossitto, via Rossitto dentro Giannichedda e così via.

Tanto sono frasi che dico a me stesso davanti ad un caffè e all’aereo che mi sta per riportare nell’eurocontinente. Tanto sono frasi vuote; tanto sappiamo tutti che la curva sospenderà, presto o tardi, lo sciopero in nome dell’amore e del sostegno dovuto: i conti li facciamo a bocce ferme, anzi mai.

Leggo che Daniele Sundas starebbe cercando di acquisire quote dell’Udinese per investirvi sopra, cercando di invertire la rotta: incontrando, al contempo, le ritrosie del trust di maggioranza che non vuole cedere nemmeno una piccola percentuale del giocattolo bianchenero. Perché? Io non lo so. Oppure lo so, ma non mi sembra vero. Oppure mi sembra vero ma sicuramente è sbagliato. Sbagliato.

Sbaglio? Probabile: l’asina del titolo sono io. Che non capisco perché un professionista esca con una dichiarazione così autolesionista: quasi non fosse esistito lo scempio casalingo visto dall’amichevole con la S.P.A.L. e la successiva prima gara contro il Palermo in poi. Mi dicono che avremmo visto violato il fortino quasi il 50% delle volte: non ho sottomano la statistica ma mi sembra verosimile. Quasi non sapesse che vogliamo bene a Badu, ma non può essere lui il salvatore della patria; quasi non sapesse come sia vero che grazie alla proprietà l’Udinese non è fallita, ma non può essere paragonata, con tutto il rispetto, a Mestre o Treviso: squadre che ci erano inferiori, o battevamo sul campo, già nel 1978, quando lui (come noi) era ragazzino.

Quasi non sapesse che sì, non possiamo vincere tutte le partite contro Milan o Inter, ma fino a qualche anno fa le si asfaltava con regolarità; quasi non si ricordasse quanto abbiano sofferto le sue squadre quando scendevano al nostro amato, vecchio Friuli.

Gli voglio bene, perché ci sta provando. E posso addirittura lasciarlo argomentare su qualsiasi argomento: ma non quando ritiene i supporter còrrei della situazione, solo perché osano non sostenere la squadra in una (UNA) occasione. Dai, Daniele: fa’ il serio. Ti abbraccio perché lo meriti, perché da te dovrebbe ripartire la riscossa mediante un foglio di carta, bianca: inteso come delega, non certo per l’uso che il principe de’ Curtis suggerirebbe.

Torneremo? Dipende.

Da chi? Sì: risposta esatta.