GSA: di Ramagli, Demis e delle parole che non le ho detto.

03.06.2019 01:00 di Franco Canciani   Vedi letture
GSA: di Ramagli, Demis e delle parole che non le ho detto.

 

Lavoro, viaggi, impegni, tempo scarso: tutte palle.

Palle per rimandare un pezzo a corollario di una stagione non ideale della A.P.U. di Pedone e Micalich. Non perché io mi voglia sottrarre, tutt’altro; solo perché non riesco a raccapezzarmi e trincerarsi dietro uno ‘squadra costruita male’ sembra limitativo ed ottuso.

Non la definissi deludente sarei fesso; se la ritenessi in linea con le mie aspettative farei l’ipocrita. Se la considerassi fallimentare sarei un pirla.

Parto dalla coda: offro il mio miglior benvenuto a coach Ramagli. Il quale, prima domanda alla mano, mi ha già (bonariamente) rampognato: gli ho dato del lei, mi ha risposto ‘lei è femminile… rilassiamoci’.

Siccome il Voi lo riservo agli anziani e intendo raccogliere l’invito al relax, allora benvenuto a te, Coach Alessandro. Ramagli sa come si fa a vincere, partite e campionati; ha tantissime battaglie alle spalle, l’esperienza per sanare le preoccupanti pause di riflessione friulane della scorsa stagione, dipende molto da chi Micalich gli farà allenare: siamo ancora al preludio, si sa quasi per certo che Chris, Maurino Pinton e Powell non faranno parte del progetto tecnico; in dubbio Spanghero, vediamo Simpson, rimangono di certo Pellegrino e Cortese, con tutta probabilità Penna, Amici e Nikolic. L’incognita legata a Nobile rende aperti tutti gli scenari in zona playmaking. Vedremo.

Oggi ho visto Treviso schiantare un’esausta Treviglio in gara-4 e raggiungere la finale-promozione contro Capo: da parte mia faccio ancora fatica a spiegarmi come mai un gruppo così (apparentemente) ben assortito di giocatori come quello udinese non sia riuscito a far meglio degli ottavi di finale contro una formazione solida ma non trascendentale come Biella. La quale, l’ho detto mille volte, ha avuto il merito di giocare nelle crepe di una squadra, quella friulana, che di gestione in gestione non è mai riuscita a porvi rimedio.

Parlo della totale incostanza nel corso delle partite. Intendiamoci, i rush (vedi Verona) possono anche essere positivi: ma credo la GSA sia la formazione italiana ad aver sprecato più punti di vantaggio totali nella stagione. Nelle due gare di Biella sale a comandare di 10, 15 punti ma non riesce a difenderli: come a Cagliari, come a Ferrara, come decine di altre volte a partire dal precampionato (Trieste).

Parlo delle pause, depresse di riflessione che chinano il capo a persone delle quali, umanamente, posso dire nulla tale è stato il loro impegno; basti considerare Cortese ed Amici che in G-4 scendono in campo pur essendo in condizioni chiaramente inabili ad una gara di tale agonismo.

Parlo anche della serie infinita di infortuni che da metà campionato in poi hanno permesso quasi mai a coach Martello di avere a disposizione l’intero roster in forma accettabile.

Da qui ripartirei: da chi ha cercato di buttare in campo tutto sé stesso. Cancellando alcuni equivoci che hanno, forse, condizionato in maniera decisiva la stagione.

Simpson, ad esempio: è stato acquistato per dare alla squadra dei momenti di raptus agonistico; si è trovato troppo spesso con il compito di sparare la tripla, esercizio ormai indispensabile nel basket moderno, riuscendovi non sempre. Se leggo le sue medie finali, però, in fondo ha dato quel che faceva in Grecia ed in Ungheria. Ammetto che nel finale è arrivato ‘giusto’ a livello di energie psicofisiche, tanto da giocare malino i playoff (al netto del primo quarto di G-1, uno spot per la pallacanestro) ma la delusione più cocente non è stato certo il ragazzo della Georgia.

Di più mi aspettavo di certo da quello della Virginia: se però a Montegranaro non piansero la sua partenza un motivo ci sarà. Ha giocato momenti di basket poetico e lunghe pause di nervosa riflessione; per tutta la prima parte di stagione il ginocchio lo può aver messo in croce, ma lo psicodramma di Cagliari (due falli tecnici nel giro di qualche minuto, al netto di un arbitraggio prevenuto) e una maglia gettata via correndo negli spogliatoi testimoniano di un ragazzo non sereno. Mi dice il GM che la sua famiglia, per ragioni sulle quali non voglio entrare, dopo un mese dall’arrivo a Udine se n’è tornata negli States; non so se Udine l’abbia respinta, o se siano motivi personali: tutto questo non giustifica le ubbìe di un ragazzo di 29 anni che potenzialmente ha i mezzi di fare la differenza in Eurolega.

Difficile da capire anche come mai Riki Cortese sia stato a lungo oggetto misterioso della GSA, e questo ben prima di sacrificare un gomito.

Tanti, quindi, i tasselli che non hanno trovato collocazione nello scacchiere bianconero. Dire, come molti fanno, che è tutta colpa di coach Demis che non li ha preparati bene, o del manager che li ha acquistati è esercizio sciocco. La verità è che quest’anno, comprendendo le mille difficoltà dello spogliatoio, non si è riusciti a trovare una ‘quadra’ che permettesse all’A.P.U. di ritrovarsi squadra, nonostante un talento probabilmente anche superiore alla concorrenza. E qui rispondo a chi mi dice ‘eh, ma Dykes…’. Ecco: l’anno scorso il roster era meno qualitativo, ma i ragazzi si conoscevano bene; era rimasto Veideman, autore di un finale straordinario nella stagione precedente; Dykes, Raspino e Benevelli buonissimi giocatori di categoria ma nessuno fra noi, uno-contro-uno, avrebbe preferito il recente passato. E Lardo era un coach che, oggi, farebbe le fortune di Milano al posto del ‘pettinatissimo’.

Guardiamo avanti, dal basso di un pronostico playoff completamente sballato da parte di chi scrive. Girone ovest che spazza via le stelle di quello orientale, salvo Treviso; la semifinale ha premiato due franchigie entusiaste e inattese come Bergamo e Treviglio, con questi ultimi che sono cresciuti esponenzialmente nel girone di ritorno e nella post-season, dove hanno fatto fuori la quotatissima Verona. Soprattutto dall’aver forse sopravvalutato Udine non nei valori singoli, ma nella capacità del tecnico di San Pietro di apparecchiare una squadra che potesse tenere botta per l’intera stagione.

Piccolo post-it: il presidente Pedone, a margine della presentazione del nuovo coach, ha ricordato come la stagione inizi con la prima di campionato, non con gli allenamenti di post-season. Rivolsi una chiara domanda a coach Demis, due giorni prima di Imola lo scorso ottobre; gli chiesi come mai avesse scelto di affrontare corazzate di A1 ed Eurolega anziché preferire un approccio graduale alla prima di campionato.

Si offese, Cavina, da uomo convinto quale è sempre stato; mi rispose ‘che razza di domanda è questa?’. Era una domanda semplice, ribadii, alla quale non avesse avuto voglia di rispondere poteva farlo; ero sempre pronto, chiusi, a fornire all’addetto stampa lista preventiva di quesiti.

Vivemmo una tregua armata per l’intera stagione, Demis ed io; in fondo in conferenza post-gara le uniche domande erano le mie, cercava di essere esaustivo per evitarle, lo so, ma non ce la faceva e a domande impermalite seguivano risposte impermalite. Che ora non rielenco per non tediarvi.

Ma tutto nacque dal fatto che la squadra GSA, l’anno passato, non nacque. Non dico che i ragazzi non si siano aiutati, anzi: Trevis mi ha confidato che essere arrivati ai playoff dopo una stagione così significa avere uno spogliatoio cazzuto. Ed io gli credo. E voglio bene a tutti i giocatori che hanno indossato la nostra canotta. Tutti: da Cagnazzo a Lingenfelter, da Nater a Scognamiglio e Cudìa.

Ecco perché, secondo me, è arrivato il coach livornese: magari meno esplosivo di Cavina, sicuramente non ancora ‘uno di noi’ come Alberto Martelossi, ma con la calma necessaria per superare le difficoltà che ovviamente capitano all’interno delle gare e fra gara e gara.