Intanto chiedo scusa al collega Ido, più eminente di me, se queste poche, sofferte righe prendono il posto del suo editoriale. mi vuole bene, mi perdonerà.

Lo ammetto subito, scusandomi anche con l’amico lettore, ex giocatore dell’Udinese negli anni ’60 (un centinaio di gare in bianconero, chapeau) che mi ha ripreso per non voler parlare di tattica in un periodo del genere, nel quale il calcio giocato vale quanto una moneta da sei euro e mezzo: la mia testa è altrove.

È nel mio lavoro, che sta (ovviamente) risentendo della situazione. Pazienza, passerà; è nel bollettino di guerra che ogni sera Borrelli rende pubblico; è accanto agli amici che abbiamo, prigionieri della propria libertà di stare bene.

È un po’ meno nel campo, vuoto, denominato commercialmente come una marca di automobili piuttosto popolari, dove oggi l’Udinese ha messo in chiaro che vuole arrivare alla salvezza senza rischiare nulla, anche contro l’edizione più proletaria (parlo dell’atteggiamento) che io ricordi dall’epoca di Patrick Hernandez.

Qualitativamente parlando, ci sono nette differenze. L’Udinese non ha Castrovilli, Chiesa, Vlahovic: ma ha Ekong, Nuytinck, Larsen che all’avversario hanno concesso meno di zero. In panca, però, mi perdonino gli orfanelli del berrettino ma Gotti vince, parlo sempre in linea teorica, la sfida col rivale marchigiano. Ed infatti Iachini bada al sodo, in porta ci arriva solo su una carambola da calcio d’angolo (azione precedente viziata da un macroscopico fuorigioco, ma ormai gli offside li determina solo il VARista per cui pace) ed un palo del difensore Milenkovic, che avrebbe voluto timbrare andata e ritorno.

Poi nulla, fino al 93’: quando è bravo Musso a deviare un tiro-cross di Chiesa, oggi meno che impalpabile e memorabile solo per una protesta, a suo dire motivata, per un sano tuffo in area. Forte, il figlio d’arte: sportivamente, però, non splendido.

In mezzo qualche tentativo, pochi, dell’Udinese che ormai ha come decalogo ‘primo non prenderle’: decalogo, stessa intenzione dal punto uno al punto 10.

E allora cosa si deve dire? Niente, l’ennesimo brodino: una gara giocata in maniera sparagnina contro un tecnico ancora più sparagnino, può solo partorire uno 0-0 di questo spessore. Scarso.

Non mi aspettavo nulla di più, sono sincero; non mi si ponga l’interrogativo dell’influenza (che pessimo termine!) delle porte chiuse, la quale vale ai primi scambi poi ogni giocatore si dedica alla propria professione. Piuttosto anche qui mi pare giusto aprire un cantoncino.

Non voglio dire chi avesse ragione: il Governo, che voleva sospendere tutto: la Lega, che ha voluto giocare: la Federcalcio, che boh: dico solo che nel Paese che amo, amerei altresì che le loro piccole beghe da condominio se le risolvessero nelle segrete stanze; di fronte a noi, popolino, si presentino decisi e uniti a risolvere, o cercare di farlo, una situazione seria tendente al molto grave. Invece qui tra social, comunicati e microfoni pazzi ognuno ritiene di dover farci capire che l’incompetente è l’altro.

Per tacere dei giocatori, non certo cattedratici alla Normale, che se ne sono infischiati delle prescrizioni dei medici, sputazzando come ossessi, abbracciandosi e sbaciucchiandosi come innamorati a festeggiare le reti. Capisco la trance agonistica, ma alla faccia dell’esempio da dare. Ennesima occasione persa per farmi credere che il loro livello si stia alzando. Amen, nessuna offesa personale…

Ora tutto andrà in ghiaccio, e non è detto che il campionato finisca stasera e non assegni titolo alcuno; meglio così, perché il ‘panem et circenses’ gestito così amatorialmente non può che procurar nocumento. Ci risentiamo quando tutti gli eroi che stanno curando gli ammalati con dedizione che va ben oltre il proprio dovere. Li abbraccio uno ad uno, una ad una senza indossare mascherina.

E quanto tutto questo passerà, perché tutto questo, sarà gradita una messe, infinita, di dimissioni.

Non mi deludano.

Sezione: Editoriale / Data: Dom 08 marzo 2020 alle 22:42
Autore: Franco Canciani
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