Finisce bene l’ultima gara dell’Udinese: avevamo facilmente vaticinato che a Reggio Emilia non si sarebbe vista la comparsata generalizzata messa in scena al Friuli contro il Lecce, cui tra l’altro non è servita la vittoria friulana: quattro pappine dal Parma, ciao ciao serie A. Ai bianconeri in Salento non potranno muovere accuse: prestito di Barak prolungato, modesta pugna nel confronto di cui sopra. Insomma, se ne devono fare una ragione: la retrocessione è figlia delle loro mancanze tecniche e, a volte, tattiche. E, sicuro, di qualche infortunio di troppo. E purtroppo l’Hellas, a Genova, ha mostrato la stessa voglia di vincere e giocare dell’Udinese contro i giallorossi. Va così.

L’Udinese vince in casa del Sassuolo una partita briosa ed ariosa, giocata a viso aperto almeno fino a quando Okaka non ha insaccato l’assist al bacio di Kevin Lasagna, otto minuti appena dentro il secondo tempo. I neroverdi giocano di più, a tratti anche bene; l’Udinese però è ficcante e mette in difficoltà i padroni di casa.

Brutto vedere alla fine della gara De Zerbi, allenatore che adoro, mettere il ditino sotto il naso del quarto uomo urlando ‘ci vuole rispetto’, per un rigore che forse nemmeno c’era e spero nel prossimo futuro non ci sarà, mai. Alla 38esima bisogna anche saper lasciare andare le cose, e non voglio moralizzare né arringare con discorsi moralistici.

È calcio inutile, ma con questi tre punti l’Udinese si porta al 13esimo posto, 45 punti come il Cagliari che, nel girone di andata, è stato squadra miracolosa. È calcio inutile, ma l’Udinese si porta a casa due primati.

Juan Musso condivide (vado a memoria) con Gigio Donnarumma il maggior numero di gare con la rete inviolata, 14.

E la squadra, tanto per rispondere al mister neroverde, in un campionato che propone un numero quasi triplo di rigori concessi rispetto a paesi come Germania e Inghilterra, ne totalizza zero a favore. Zero. ZERO. Certo, la falange disfattista sostiene come l’Udinese non possa godere di calci di rigore perché in area non ci entra mai: detto che ormai la battuta non fa nemmeno più ridere, annoto distrattamente che alcune avversarie di rigori ne hanno avuti quattordici, quindici senza offrire spumeggiante gioco d’attacco.

Tutto sommato ne sono contento: Udine is a penalty-free zone, qui da noi, gent pragmatica, la massima punizione è davvero tale, una cosa seria. Non un tiro libero alla baskettara, fischiata spesso a casaccio recitando un canovaccio, chiamato protocollo, evidentemente tradotto male dalla lingua originale.

Adesso inizia il periodo più difficile: acquisita l’ennesima stagione, consecutiva (chapeau), di massima serie l’Udinese dovrà massimizzare la voglia di alcuni suoi giocatori di cambiare aria.

Lunga è la lista di bianconeri ai possibili saluti; lunga la lista dei pettegolezzi, più o meno fondati, che li circondano. De Paul e Fofana hanno annunciato di essere pronti a volare via; Stryger Larsen, pare, idem; Ken Sema potrebbe essere sacrificato per capitalizzare i cugini al Vicarage; Lukasz Teodorczyk è ai titoli di coda, ma il suo film a Udine non è onestamente mai iniziato. Kevin Lasagna? Fossi in lui, classe 1992, sposerei i colori bianconeri magari spuntando un migliore ingaggio. Staremo a vedere.

L’importante è che la società, scelto l’allenatore (che per me lavora già a Udine) e confermata l’efficacissimo staff sanitario, i cui programmi hanno permesso un post-pandemia a velocità supersonica, concedendo nell’intera annata limitatissimi infortuni muscolari, firmi il prolungamento ‘a divinis’ di Musso, Bram Nuytinck, di De Maio e Becao, altro giocatore nel giro d’aria. Da verificare il centrocampo e l’attacco, dove le incognite sono moltissime.

Ma tempo per parlare di mercato ne avremo: stasera chiudiamo il libro del campionato più insolito, doloroso, complicato e inusuale della storia del calcio. Stasera finisce il mio 48esimo campionato al seguito dei due colori, biacca e carbone, che ho imparato inconsciamente ad amare a due anni e mezzo (ma a me piacevano i viola del Legnano) e non ho più lasciato, anzi non mi hanno abbandonato più.

È tempo di respirare, ammettere che è stata forse un’annata sottotono ma mai vissuta in sofferenza, poi guardare avanti.

Quello che devono fare i dirigenti e la società.

Pensando che, forse, oltreché avanti alle volte è bello guardarsi anche dentro. E pensare che, specie di 'sti tempi post-epidemia, questa gente unica e meravigliosa merita qualche soddisfazione in più.

Sezione: Editoriale / Data: Dom 02 agosto 2020 alle 23:08
Autore: Franco Canciani
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