A.P.U., ecco cosa vorrei da voi

10.01.2020 21:13 di Franco Canciani   Vedi letture
A.P.U., ecco cosa vorrei da voi

Il mio ‘Bro’ preferito mi ha fatto dono di un libro: piccolo, breve, intenso.

È la storia recente della Jugoslavia, in relazione e rapporto allo sport praticato, parlato, vissuto in quella federazione di repubbliche. Tutte diverse, pretese uguali; che pari si ritenevano, più o meno, fino a quando non hanno convinto i popoli conviventi del contrario.

Le parole e la musica sono ovviamente di Sergio Tavčar: chi mi legge sa come questa precisazione sia pleonastica.

Ho appena scritto a chi mi ha donato il libro; l’ho rimproverato, abbracciandolo commosso, di avermi riaperto violentemente una ferita suturata, a mala pena, da qualche anno di più e capello in meno.

Una ferita che ha parole buone, nuove anzi antiche: Željezničar, Jadran, Crvena Zvezda; e Sloboda, Cibona, Jugoplastika. E nomi di giocatori che ci riecheggiano nella mente, come boati di un lontano temporale. Lontano, ma se si chiudono gli occhi se ne sente ancora l’odore. Il profumo.

Raša, Creso, Praja, Kindze.

Era strano arrivare al lunedì, a scuola, e percepire il timore, la distanza incussa ai compagni quando si spiegava loro che la lista poco fa snocciolata risuonava come ‘Ferrovieri, Adriatico, Stella Rossa, Libertà’.

Ma non me ne fregava nulla: lasciavo loro Bettega o Rivera, e più tardi Altobelli o Platini; mi tenevo una filastrocca che diceva Dalipagić (bosniaco-serbo), Jerkov (istriano), Delibašić (bosniaco), Ćosić (croato), Kićanović (serbo). Un mix clamoroso di caratteri e attitudine: i serbi, ad esempio, giocavano principalmente per dimostrare superiorità all’avversario; Jerkov, cittadino di Pola, era il lavoratore del gruppo; i bosniaci più indolenti e traboccanti di classe e talento.

E l’epoca più recente, quando il croato Dražen ed il serbo Vlade imparano dalla storia che il loro essere fratelli non poteva più esistere… Ma fino a quel momento, ed anche dopo, fino a quando il destino ha deciso che la fidanzata di ‘Mozart’ si sarebbe dovuta accostare in casa Bierhoff, il basket fu poesia.

Non lo so: forse questa ferita, aggravata all’epoca dalla percezione di essere infinitamente più scarso dei propri idoli; vissuta, i fine settimana, nei tanti campionati di serie A2 in cui si smaniava per una scivolata di Cagnazzo, una schiacciata di Hardy, una tripla di Bonamico o Bettarini, la sentiamo tale per una causa identificata dal Papa Emerito: ‘ingravescentem aetate’. Ed è forse per questo che qualcuno della mia generazione mal digerisce la qualità del basket offerta oggi dall’A.P.U. del presidente Pedone.

Io alla squadra, alla dirigenza, allo staff non chiedo nulla. Chi nasce tenendo per una squadra, a meno di cataclismi se ne va al creatore con la stessa convinzione sportiva. Così di certo sarà per me.

Però mi piacerebbe che, quando di anni ne avrò una settantina o anche di più (Titolare permettendo), io mi possa ricordare di Amato, di Cromer, di Zilli o Vito Nobile esattamente come oggi rammento, con affetto, non solo i campioni come Praja, Larry, Swen o James Percival: ma anche Tiziano, Lorenzo, Achille, Toni, Gigi. E il gancio-cielo di Luca Silvestrin, e chi al cielo è già salito come l’amico Marco.

Vorrei che questo gruppo mi facesse innamorare, appassionare, non solo per attaccamento ‘sociale’ ma anche perché, all’ultimo tiro, ultimo secondo, ultima azione della stagione mi rendano imperituro il loro ricordo.

È difficile: oggi i giocatori difficilmente passano due stagioni con la medesima maglia; Bobby Jones, solo in Italia, ha cambiato due maglie in poco più di un mese e una terza l’aveva indossata, all’estero, fino quasi all’inizio della stagione italiana.

Ma questo è l’unica possibilità per suturare, ancora un avolta, quella ferita.

Fino a quando qualcuno mi riparlerà di una gara di gennaio 1987, quando all’Arsenale di Venezia un ragazzo di Mostar ne piazza settanta, in una sola gara, contro la Virtus Bologna.

Quel ragazzo che, nel 1982, stagione precedente all’avvento dell’arco del tiro ‘pesante’, giocando nel Partizan di Beograd piazza una media, fra campionato e coppa, di 43 punti a gara. Quarantatré.

Altro basket. Altri noi.

Devo smetterla di leggere certe cose.

E sperare che, domenica pomeriggio, a Forlì Amato, Teejay e Gerald possano più di Watson, Giachetti, Rush. Perché, nonostante le sbertucciate di tanti che mi leggono, sono un romantico che crede in questo gruppo di ragazzi. Che ho conosciuto, e ho trovato straordinari.

Ed è per questo che li difenderò all’infinito. Così come l’uomo, sofferente quanto me se le cose non vanno bene, che li ha scelti.