onosco zero persone che siano state in grado di cambiare la propria identità calcistica. Ho amici separati, altri che nel corso della vita hanno scoperto identità sessuali diverse, addirittura un paio che hanno mutato il credo spirituale: ma il calcio è un grande rito che va rispettato. Sempre.
Ed allora, dopo una gara difficile da digerire come quella di domenica scorsa, come faccio io a volere male ai colori che mi hanno scelto quand’ancora non avevo terminato il quarto anno d’età?
L’ho ricordato, e me lo sono andato a pescare per esser certo della data, ma sbagliavo l’avversario: prima gara cui assistetti, febbraio 1973, fu un pari contro le tigri violette del Legnano. La stagione del “tragico” spareggio di Vicenza in maglia verde. Era l’Udinese di Giacomini e Galeone (in campo), di Dedé e Franco Bonora, del giovanissimo friulano di Caracas Denis Mendoza. Era un’Udinese che, a conti fatti, pagò in maniera totale una rete di Ciclitira, bomber del Padova ma virgulto del Cosulich, stadio del CRDA di Monfalcone, assieme a gente come Jimmy Medeot...
Ed allora va bene: va bene. Vanno bene anche giornate da bollino nero come quella in cui la Biancanera perde contro un Cagliari ampiamente alla portata. Va bene anche dire, dirsi che i giocatori i colori non se li meritano. E centoventi calci, centoventi schiaffi... Beh, buffetti. E una carezza.
A dire che oggi, trenta di novembre del duemilasedici, la maglia che indossano compie centovent’anni. Un secolo e due decenni, cinque generazioni di amanti di queste righe verticali che ognuno còniuga nel tessuto e nella foggia che più sente proprie.
Ed alla fine prevale, prevarrà l’amore che nutriamo per questa maglia. Perché ci arrabbiamo, ci sale il sangue agli occhi e la scimmia sulla spalla quando in campo ci vanno dei fantasmi, ma ce ne facciamo una ragione perché l’Udinese c’era, c’è, ci sarà. E ci viene il magone quando Totò, Maurizio, Giampiero se ne vanno. Come quando decisero di rinunciare a Massimo Storgato.
Ci sarà: con i suoi colori biacca e carbone. Ché se (e ormai credo sia ipotesi tramontata) la situazione, cambiando di mano le azioni, dovesse “lipsizzarsi” siamo tanti, ormai, decisi a ricreare un’Udinese 1896 con i colori e i valori originari ed originali. Anche in ultima categoria.
E metto da parte rancori e ragionamenti: ringrazio Pietro Brunello, che ci provò senza riuscirci; e Teofilo Sanson, il mio presidente, che dalla terza lega ci portò diretti in serie A con un’escalation trionfale della quale abbiamo ancora pieni gli occhi. Ringrazio il discusso Lamberto Mazza, che con tutti i suoi difetti riuscì a convocarci tutti, un pomeriggio d’estate, all’aeroporto di Ronchi dei Legionari dove un aereo di linea rullò dopo l’atterraggio con una bandiera bianconera dal finestrino, ché il sacro Arturo Antunes Coimbra (per me il più grande campione che abbia mai vestito i colori bianconeri, mi spiace per gli altri) era cosa nostra, con buona pace dell’avvocato Sordillo. Ringrazio Franco Dal Cin, un genio totale, assoluto, indiscutibile: lo sponsor sui calzoncini, la Groupings Limited, la managerialità nel calcio quando su altri campi ancora qualcuno considerava l’amalgama un mediano di spinta e “se mi dice dove joca, stu amalgama, glielu compro”. Ma grazie anche a GianPaolo Pozzo. Per motivi traversi ed inutili da ricordare si trovò uomo solo al comando dell’Udinese quando questa versava in condizioni disperate; ci mise qualche stagione, poi capì il giochetto e ad oggi la stagione 1994-95, bellissima cavalcata galeoniana culminata col secondo posto e promozione in serie A, è l’ultima disputata in serie cadetta: vent’anni fa e più. E in trent’anni, al netto di incomprensioni e presunzioni (condensate nelle ultime stagioni) una serie di qualificazioni europee, con le serate indimenticabili di Anfield e del Friuli contro i lancieri di Amsterdam (Shota, Shota...).
Oggi, mentre all’arena si festeggiava, stavo lavorando a trecento chilometri da Udine, perché la vita non si ferma anche di fronte a genetliaci importanti. Ma lunedì sera ci sarò, allo stadio, con gli occhi lucidi (lo so già e non me ne vergogno). Rivedendomi bimbo al Moretti con nonno Giordano, e con papà Gianni nel nuovo Stadio dei Rizzi che trema (stabòn...). Me li ricordo tutti, i giocatori, e quando mi capita di parlare con alcuni, quelli che per ingiusta ingerenza del tempo che passa non giocano più, mi si gonfia il cuore e mi trema la voce. Perché di fronte a Fanesi o Bonora sono ancora quel bambino di nove anni. E lo sono, malgrado tutto, anche assistendo alle prestazioni non sempre moralmente impeccabili degli eroi di oggi.
A questi pedatòri ricordo che lunedì sera non giocano contro il Bologna, ma per un popolo che va ben al di là degli spettatori presenti: si schiereranno in campo, con la maglia storica di Dal Dan, per i friulani di qui, e per quelli di Argentina, di Toronto e del Canada intero; dell’Australia e della Cina, degli States o del Brasile. Delle centinaia di migliaia di ragazzi che incontro nei miei tanti viaggi e mi parlano in quell’irresistibile marilenghe dall’accento autòctono pesante e presente, “anyhow” ci capiamo benissimo e a tutti e due gli occhi si inumidiscono riandando alla Piccola Patria.
A questi pedatòri chiedo di esser onesti con sé stessi: giocare per un popolo di tale dignità, che alcuni fessi di altra tifoseria hanno cercato di ammantare di razzismo trovando con la propria menzogna nessun asilo in giro per l’Italia, non è cosa comune né da tutti. E posso capire se mi diranno, onestamente, che non gliene frega nulla.
Li perdonerò: e loro perdoneranno me, se nel mio personalissimo empìreo bianchenero fatto di capitani coraggiosi, di Bonora e Leonida, di Gustinetti Valerio e Alessandro, di Totò e Alexis, dei poveri Giuliano, Carletto DeBe, PMM27, non ci sarà posto per loro. Per Gigi l’Aquileiense sì: sempre, comunque, dovunque. Oggi in questo portafoglio agonistico lui È l’Udinese.
Vincete. onorateVi ed onorateci. Sospendo gli schiaffi: a Voi tutti centoventi, immeritate carezze. Ma ricordate che ‘sta mano “po’ esse piuma e po’ esse féro”.
Ci vediamo lunedì.
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