E' il giorno di Velazquez: "Un onore essere qui. La società è ambiziosa. Porto la mia filosofia per costruire un progetto"

08.06.2018 13:14 di Stefano Pontoni Twitter:   articolo letto 1606 volte
E' il giorno di Velazquez: "Un onore essere qui. La società è ambiziosa. Porto la mia filosofia per costruire un progetto"

Allo Stadio Friuli oggi è stato il giorno di Julio Velazquez. Il nuovo allenatore, che ha guidato l'Alcorcon nell'ultima stagione, si è presentato alla stampa.

"Per me è un piacere e un onore essere qui. Sia io che il mio staff veniamo con una passione e una motivazione massime, per raggiungere certi obiettivi in base a una filosofia congiunta con la dirigenza. Cercherò di rispondere al meglio alle vostre domande".

Perché ha scelto l'Udinese?
"Il motivo principale è che penso che la Serie A sia uno dei migliori campionati al mondo. L'Udinese è una società con una storia incredibile e mi ha mostrato grande fiducia. Mi ha convinto l'idea della società, il suo progetto, dando tantissima importanza al come vengono fatte certe cose. Penso che sia una situazione ideale per continuare a crescere, lavorando con una filosofia comune".

Spagna contro Italia, estetica contro risultato. È pronto per il nostro calcio?
"Parliamo di un calcio di alto rendimento, è chiaro che il risultato sia fondamentale. Però è importante il come ci si arriva, bisogna pensare a come perseguire certi obiettivi, tentando di giocare un calcio estetico, cercando di proporre il massimo sul campo per diventare protagonisti di fronte all'avversario. E poi cercare una sintesi per arrivare al risultato".

Che obiettivo le ha chiesto la società e cosa si aspetta lei a livello di risultati in questa prima stagione?
"Mi hanno chiesto un lavoro congiunto, che unisca il risultato nel breve periodo con gli obiettivi di lungo termine, scoprendo le qualità dei giocatori che ho a disposizione. Vogliamo cercare risultati nel breve-medio periodo e far crescere la squadra sia a livello individuale che collettivo. Vogliamo andare in campo sempre con una mentalità positiva e ambiziosa".

Manca un mese al ritiro, la squadra cambierà. Ha studiato la rosa e ha le idee chiare?
"Sì, ho visto tutte le partite dell'ultima stagione. Conosco tutti i giocatori e la squadra, a livello sia collettivo che individuale. Ho chiare le qualità e gli obiettivi. C'è del potenziale molto interessante, nel precampionato l'obiettivo sarà fare un lavoro di squadra. Parliamo di una società molto organizzata, con un dipartimento di scouting incredibile e si lavorerà tutti insieme per portare avanti il processo nella maniera più convincente possibile. Voglio una squadra versatile, che si adatti a diversi tipi di gioco".

Vuole adattarsi ai giocatori o imporre un modulo?
"Io penso che la cosa principale siano i giocatori e le loro qualità. Bisogna cercare di farli giocare bene insieme, l'importante è avere una struttura e una dinamica di gioco che diano il massimo rendimento in base alle rispettive qualità. Non si tratta di adattarsi alle qualità, o di imporre un modulo: bisogna cercare equilibrio. Serve attenzione da parte loro, e trovare un equilibrio. È fondamentale avere un'idea, ma è altrettanto importante anche avere una sensibilità che consenta di cercare la vittoria in maniera convincente, sfruttando le qualità dei singoli. L'idea base è cercare di essere protagonisti, sempre compatti in tutte le fasi di gioco. È fondamentale il nostro gioco, ma è fondamentale anche sapersi adattare al rivale".

In Italia siamo molto nazionalisti. C'è qualche perplessità attorno al suo nome, cosa può promettere ai tifosi?
"Rispetto tutte le opinioni e le analisi. Io credo che il calcio, come la vita, sia dinamico e si stia evolvendo costantemente. Viviamo in una società globalizzata, il calcio è lo stesso: non posso e non voglio promettere niente. L'idea è quella di lavorare con la massima serietà e il massimo rigore possibili, cercando di favorire il dialogo e cercando di far sì che la gente che viene allo stadio si diverta. Non prometto, se non di lavorare al massimo. Per me la cosa più importante sono i tifosi, che devono potersi identificare nella squadra. Non prometto nulla, ma voglio rendere i tifosi orgogliosi di quello che vedranno sul campo di gioco".

Negli ultimi quattro anni l'Udinese ha fatto molta fatica. Sono passati tanti allenatori e i problemi sono rimasti. Lei è chiamato a un compito gravoso, si sente pronto?
"Sì. Mi piace avere una mentalità positiva e ottimista, pensare sia al presente che al futuro. Dando importanza al passato per imparare, migliorare. Sono una persona naturalmente ottimista, penso di essere arrivato in una grande società. Credo che sia più positivo pensare al presente e al futuro che non guardare al passato, se non per imparare".

Consiglierà qualche giocatore al club?
"Nel calcio moderno considero che la cosa principale, in società di questo livello, sia che l'allenatore cerchi di dare qualità e che la dirigenza gli mettano a disposizione del materiale per questo scopo. Il calcio è cresciuto tanto, credo tanto nel rispetto dei ruoli. È fondamentale il dialogo, è fondamentale avere un'idea comune, passando per l'allenamento. Qui c'è un dipartimento di scouting straordinario: serve dialogo, ma serve anche che ciascuno lavori secondo le sue competenze, cercando un equilibrio. L'allenatore deve allenare, il direttore sportivo deve osservare e selezionare. Però sempre con un dialogo e una filosofia comuni".

Quando ha saputo di venire all'Udinese?
"Noi ci conosciamo da circa nove mesi. Sono un allenatore a cui mi piace essere al corrente dell'attualità di tutti i campionati, ho visto tantissime partite dell'Udinese durante la stagione. In questa fase finale la conversazione è diventata più diretta e produttiva, ho seguito tutte le partite. La cosa importante, in Italia o in Spagna, sono i calciatori. Bisogna cercare l'equilibrio, come dicevo prima, perché il gioco della squadra sia adatto ai calciatori a disposizione, e che i tifosi si possano identificare nella squadra. Per me questo è davvero fondamentale, è la chiave di tutto per ottenere un rendimento nell'immediato e un progresso sia a livello individuale che collettivo".

Arriva dalla seconda serie spagnola. Vuole proporre anche in Italia un calcio in cui la sua squadra gioca tanto sul possesso palla?
"Per me il protagonismo della squadra non è fare 25 passaggi di fila, fini a sé stessi. Quello che vogliamo fare è cercare di avere una squadra versatile, il più possibile. Giocare la partita nella metà campo dell'avversario, sapendoci adattare alle diverse circostanze di gioco. Non si tratta di tenere il pallone, ma di far sì che si possa giocare nella porta del rivale, sia dopo 25 che dopo 3 passaggi. Voglio una squadra che non sia prevedibile, che sia versatile e che possa dominare i diversi registri di gioco. Quello che voglio si può ottenere con un gioco più posizionale, o attaccando la porta con 2-3 passaggi".

Negli ultimi anni a Udine vi sono stati tantissimi stranieri. Si rimprovera alla società di non avere uno zoccolo duro di italiani a fare da traino. È d'accordo con questa critica?
"Concordo, per me la cosa più importante è il collettivo, che sia un gruppo e che tutti vadano nella stessa direzione. Però, allo stesso modo, come dicevo prima, la società è globalizzata. Nella globalizzazione, devi cercare un equilibrio. Non importa se italiani, spagnoli, sloveni, paraguaiani: l'importante è far capire cosa voglia dire far parte dell'Udinese e di un progetto comune".

Il calcio italiano è molto fisico, quello spagnolo molto tecnico.
"Il mio obiettivo non è obbligare nessuno a subire qualcosa da altri contesti. Ciascun allenatore ha una sua idea di gioco, ma la cosa più importante, ripeto, è cercare un equilibrio. Voglio ottenere un rendimento di un certo tipo, con una filosofia comune. Ogni campionato è diverso: non vengo per cambiare qualcosa, ma per far sì che, in una filosofia comune, arrivi il rendimento che una società come l'Udinese vuole".