Storie Mondiali | Subasic guastafeste: anche la Russia trova il suo Goycochea

09.07.2018 08:00 di Federico Mariani  articolo letto 170 volte
© foto di Imago/Image Sport
Storie Mondiali | Subasic guastafeste: anche la Russia trova il suo Goycochea

Fine della corsa. D’un tratto la magia si interrompe bruscamente in Russia. L’euforia contagiosa sospinta dalla frenesia di chi vuol coronare un sogno si spegne quando l’ultimo penalty croato si insacca in rete. È Ivan Rakitic l’esecutore della condanna dei buoni propositi dei padroni di casa. Tocca a lui far piombare un paese intero nella tristezza sportiva, facendogli assaporare il dramma di chi vede sfumare il traguardo iridato in un torneo organizzato.

Non è la prima volta che una squadra ospitante decide il proprio destino attraverso la pericolosa roulette dei calci di rigore. La Russia aveva già tentato il gioco d’azzardo nel turno precedente e la lotteria aveva scelto il brutto anatroccolo Akinfeev al posto del fenomeno De Gea. Stavolta, le mani di Subasic e la freddezza dei croati hanno fatto la differenza. A Mosca tira la stessa triste aria di Italia ’90. Infatti, nella storia dei Mondiali, quella fu l’unica volta, prima della sfida di sabato sera, in cui gli organizzatori vennero estromessi dalla competizione attraverso il crudele meccanismo degli undici metri.

Né alla Francia di Zidane e Barthez, né alla discussa Corea del Sud, né alla Germania di Ballack e Lehmann è toccata una simile sorte. Con loro, la Dea Bendata era stata benevola, allungando il loro cammino e portandoli almeno fino alle semifinali. Discorso diverso per gli azzurri di Azeglio Vicini. Una squadra irrobustita dalla difesa d’acciaio con Zenga tra i pali ed il tandem Ferri-Bergomi a custodire l’area di rigore, come due novelli Scilla e Cariddi, capaci di fagocitare le iniziative degli avversari. E poi, davanti al centrocampo guidato da Giannini, l’attacco dei miracoli con la fantasia di un giovine Roberto Baggio e la Provvidenza fatta calciatore, Totò Schillaci. La vera favorita del Mondiale 1990. Un campionato che conobbe la vera svolta al bivio per Napoli, teorica gita prima della finalissima di Roma. Ed invece la truppa italiana, dopo il vantaggio griffato dal solito Totò, si fece improvvisamente più simile all’armata di Annibale in seguito alla vittoria di Canne. Dopo gli ozi di Capua, ecco i timori e la flemma del San Paolo di Napoli. E, dato che ciò che non uccide fortifica, l’Argentina di Maradona trovò animo e forza per rialzarsi. Pareggio con Caniggia, beffando i custodi del bunker azzurro, e poi via, ad alzare il muro, trascinandosi verso i rigori. Impeccabili gli argentini, meno i padroni di casa. Ahi Donadoni, ahi Serena! E la fotografia del San Paolo vede torreggiare il pugno al cielo di Sergio Goycochea, portiere della Seleccion, bravo a neutralizzare le conclusioni degli italiani. Tocca a lui, outsider come Danijel Subasic, portare la propria nazionale all’ultimo atto. È un gancio nello stomaco per un intero paese che sognava un altro finale. Un’amarezza condivisa, quasi trent’anni dopo, con la Russia.