In una giornata speciale e storica per l’Udinese, Tuttoudinese.it ha contattato ed intervistato Alessandro Calori, ex bandiera e capitano della formazione friulana tra il 1991 ed il 1999. Argomenti della conversazione: i ricordi in bianconero, attualità e futuro della squadra di Iachini.
Buongiorno Calori, oggi ricorrono i 120 anni dal primo torneo disputato dall’Udinese. Lei ha fatto parte di questo club, diventando una bandiera per i tifosi. Se ripensa al club bianconero cosa Le viene in mente?
“Mi vengono in mente 8 anni di appartenenza alla famiglia dell’Udinese, 8 stagioni in cui ho visto crescere un club, che per anni faceva l’ascensore tra Serie A e B. Poi si è stabilizzato, raggiungendo traguardi divenuti costanti nei campionati successivi. È una società con un popolo molto particolare. Tramite la squadra, la regione e la gente si sono fatti conoscere, perché prima, quando si pensava ad Udine, la si collocava vicino a Venezia. Adesso, con l’Udinese, si è dato lustro al popolo friulano. Penso alla storia di una società con uno stadio di proprietà, cosa che non hanno le milanesi e le romane. Questo vuol dire che il club è stato gestito bene”.
Guardiamo al futuro: come valuta la squadra attuale? Negli ultimi mesi si è parlato di una sorta di disinteresse dei Pozzo a favore del Watford e dell’interesse dalla Red Bull per il club friulano. Qual è il Suo punto di vista?
“Da tifoso ed amante di questi colori, io vedo che si è rallentato un percorso che prima sembrava quasi una costante, ossia stare ai vertici. Quando una famiglia come i Pozzo porta avanti l’Udinese, come è avvenuto in questi anni, non credo ci sia un distacco. Nel calcio possono cambiare scenari. Adesso le multinazionali fanno man bassa, si fatica ad opporsi questi colossi. Non so cosa succederà. Avendo anche il Watford, non mancano gli impegni importanti. Non pensano che vengano trascurati i friulani, ma è anche normale che l’attenzione si sposti verso il Nord Europa. Non è un difetto, ma sono eventi che possono capitare. Negli ultimi anni, la squadra si deve ritrovare perché ha fatto sempre campionati importanti. Recentemente l’Udinese si è salvata sul finire del campionato. Chiaramente cambia anche l’umore del popolo e della gente che segue. Per costruire un gruppo che arrivi a certi livelli ci vogliono elementi trascinatori. I risultati si fanno con uno zoccolo duro di qualità, magari italiano perché conosce le dinamiche, la storia. Può essere un piccolo vantaggio sapendo per chi lavori. Quando si viene da fuori non si conoscono tante cose e prima si cerca di imparare la lingua, di conoscere le abitudini. Se si conoscono il territorio e la storia del club in cui si lavora è tutto più facile. Però bisogna stare molti anni in un posto, imparare, fare risultati e poi trasmettere la giusta mentalità. A meno che non si possa comprare i top player, come fanno le grandi società, ma questo non è il caso dell’Udinese, che non è più la piccola squadra di qualche anno fa. Ora è un modello gestionale in tutta Europa”.
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